Diario di un viaggio in Sardegna tra imprenditori sociali. Una storia di resilienza nel deserto della delocalizzazione

Lasciamo Cagliari percorrendo la strada statale 130 che ci porta nell’Iglesiente. Il territorio forse più povero della Sardegna, segnato profondamente dalle vicende  legate alla fine dell’industria mineraria  e dei processi di  deindustralizzazione e desertificazione economica e sociale che ne sono derivati. Dove la maggior parte delle persone sopravvive grazie ad una cassa Integrazione che dura da anni, senza alternative. Nell’area industriale di Iglesias ,  un insieme desolante di resti di vecchi impianti, ha  sede la cooperativa San Lorenzo .  Una collocazione frutto di una scelta incredibilmente coraggiosa fatta alcuni anni fa dal suo presidente , Giuseppe Madeddu, di rilevare il grande capannone di una delle fabbriche più importanti della zona, la Rockwool che aveva scelto di delocalizzare.

Nel capannone dell'ex Rockwool

La sua idea era di farne uno spazio per nuove attività produttive legate ad una idea di sviluppo  produttivo e  ambientale,  occasione di lavoro per giovani del luogo e persone in difficoltà. Un  polo industriale a beneficio del territorio circostante con  produzione energetica attraverso biomasse, per alimentare impianti e attività  legati ad una industria  edilizia ecosostenibile ( materiali isolanti naturali in legno e lana, mattoni e intonaci in terra cruda, ecc).

I cadorini ascoltano i progetti della san Lorenzo

 

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Qui in mezzo a un  grande appezzamento di terreno coltivato a olivi, alberi da frutta, alberi da giardino, ortaggi, sorge un  complesso di edifici   ricavati  dalla ristrutturazione di vecchi casolari abbandonati.

A Terramanna

Il progetto del Polo doveva partire nel 2014. Oggi il grande capannone, messo in sicurezza con proprie risorse è invece vuoto perchè il progetto si sta scontrando; con logiche burocratiche assurde che hanno imposto alla cooperativa San Lorenzo di costruire un nuovo capannone di fronte a quello esistente per il deposito e la lavorazione delle biomasse. Ma ;grazie a determinazione e pazienza; il progetto va avanti comunque e la raccolta di materiali che provengono dall’agricoltura e da altre fonti rinnovabili è in corso producendo energia a basso costo per altre attività della zona. L’incontro, tra imprenditori sociali, tra vecchi e nuovi amici è bello, carico di voglia di raccontarsi, di scambiare le esperienze, di capire come affrontare le tante difficoltà quotidiane, tanto simili anche se in situazioni tanto lontane. Anche Giuseppe e Claudio sono insieme tanto diversi ma anche tanto simili. L’idea di promuovere attività economiche che mettano insieme  ambiente, inclusione lavorativa, rigenerazione di territori, sviluppo integrato tra aree e soggetti diversi sta dietro ad entrambe le storie . Andiamo insieme a vedere uno degli ultimi progetti della san Lorenzo, l’ azienda agricola Terra MannaIl vicepresidente della san Lorenzo spiega obiettivi e passi del progetto di Terramanna

Oltrechè a magazzini di lavoro la parte più grande è finalizzata ad ospitare in forma residenziale o giornaliera persone  soggette a pene alternative o ex detenuti che nell’attività agricola hanno trovato e troveranno una fonte di lavoro e di  reddito. Qui è previsto anche la realizzazione di un punto di ristoro aperto, collegato alla vendita diretta di prodotti ortofrutticoli o vivaistici. Il vicepresidente della coop san Lorenzo, ci racconta di tutte le enormi difficoltà di creare una integrazione sostenibile tra la parte produttiva del progetto e la parte sociale, la difficoltà di avere finanziamenti anche bancari per gli investimenti, ci racconta del lavoro che stanno facendo per costruire gli sbocchi di mercato nel territorio di tali produzione. Fatica, tanta fatica, in ogni passaggio.

Giuseppe ci tiene a fare vedere ai cadorini gli altri luoghi   dove  la cooperativa è impegnata in progetti : Trattalias, villaggio  antico completamente ristrutturato e oggi un importante polo turistico con una Chiesa romanica bellissima , e dove  negli edifici ristrutturati sono sorte attività di ristorazione che offrono prodotti e piatti tipici locali, laboratori artigianali, mostre. www.comune.trattalias.ca.it , un luogo magico, molto frequentato anche dagli stessi sardi nei giorni di festa e  dove la coop San Lorenzo sta cercando di realizzare una residenza alberghiera per persone che hanno problemi di autonomia:  https://casafenu.wordpress.com/ .

La Chiesa di S.Maria di Monserrato a Trattalias

 

Andiamo poi a vedere la Foresta di Marganais

Un luogo magico di sughereti, lecci centenari, in un territorio dove un tempo sorgeva anche un importante villaggio minerario , dove oggi sono stati realizzati sentieri bellissimi per amanti del trekking e  dove con  investimenti tutti a carico della cooperativa è stato realizzato un complesso di accoglienza turistica, con foresteria, bar ristorante, frequentato soprattutto nel periodo estivo.  

La Foresteria a Marganai

Giuseppe ci racconta che hanno dovuto occupare quel posto per potere farne un luogo a disposizione di tutti e dove nei periodi di attività hanno trovato occupazione anche alcuni ragazzi  in situazione di difficoltà sociali.

Poi è la volta di Sant’Antioco, porto turistico famoso della zona, dove è  appoggiata la barca Sara IV, confiscata a mafiosi, usata per attività sociali ed educative.

dal porto di S. Antioco

 

I le Mat sulla barca Sara IV

La creazione di attività e luoghi per una accoglienza turistica  legata alla natura e alla storia di quel territorio, è stato sempre per Giuseppe e la sua cooperativa un obiettivo  nei suoi progetti produttivi, non un settore a sè ma qualcosa che cammina dentro ad un disegno sociale e imprenditoriale di riattivazione di un territorio  che è stato svuotato di risorse, persone, futuro. Qui il legame con le Mat. E oggi anche grazie all’impegno di nuove e giovani risorse umane  nuovi progetti crescono dentro e accanto alla san Lorenzo. A questo dedicheremo in particolare la terza tappa del viaggio, in luoghi e con persone che stanno realizzando  un turismo nuovo cooperativo. 

 

I Le Mat si incontrano. Diario di un viaggio in Sardegna tra imprenditori sociali

Avevamo parlato tante volte con gli amici della coop Cadore di organizzare un viaggio in Sardegna per incontrare persone e luoghi speciali della rete Mat.

La Sardegna per Le Mat è importante, fin dall’inizio del suo percorso di sviluppo si sono creati rapporti e legami forti con imprenditori e imprenditrici sociali che, in contesti non facili, hanno messo in piedi esperienze speciali, coraggiose, reagendo a processi di desertificazione economica e sociale o di finto sviluppo , con idee e attività diverse per creare sviluppo e legami nel territorio. Villaggio Carovana, coop San Lorenzo, Andalas de Amistade sono stati tra i primi soci che hanno aderito a Le Mat. Ci piaceva l’idea di andare oltre il confronto a distanza e creare un incontro diretto tra storie e imprenditori sociali di due territori il Cadore e l’Iglesiente, geograficamente diversi, in realtà simili per il tipo di processi economici e sociali vissuti dentro e per i problemi da affrontare.
Prima tappa Cagliari
Claudio e Luca della coop Cadore sono là da due giorni quando io e Renate arriviamo. Un amico di Luca non solo ha trovato per tutti un b&b dove alloggiare ma ha organizzato un incontro serale per parlare di Le Mat al Bar Florio, un locale situato nel cuore della zona Villanova di Cagliari. Un quartiere fino a qualche anno fà degradato sotto tutti i punti di vista e oggi in piena rinascita . In tutta l’area pedonalizzata si sono aperti molti b&b di persone del quartiere. Io e Renate siamo ospitate dal b&b INAS  di Nella Medinas, che dopo avere perso il lavoro in un ambulatorio di analisi , ha pensato di rimettere a posto la casa dove viveva con la madre e cercare una fonte di reddito.

Con lei parliamo a lungo di come può crescere la sua attività, di come organizzarsi per cercare viaggiatori facendo rete con altri operatori della zona. Renate fa una miniconsulenza a volo su come fare un budget di previsione.

Alle otto di sera andiamo al Bar Florio dove ci aspetta Andrea, il creatore e proprietario di questo luogo divenuto grazie a lui un riferimento di tanti giovani e meno giovani della zona.

Il grande albero a Piazza San Domenico

Alle nove di sera , grazie al suo tam tam attraverso i social, il bar è pieno e con l’aiuto di un giornalista dell’Unione Sarda cominciamo a raccontare .

Street art a Cagliari

Claudio racconta del Cadore, che molti dei presenti non sanno neppure collocare geograficamente, della sua storia di territorio svuotato di persone, di lavoro , di storie produttive a causa dei processi di delocalizzazione, del lungo impegno che da anni fa la cooperativa per attivare nuovi processi di sviluppo economico e sociale, per organizzare una accoglienza turistica diversa da quella tradizionale, del lavoro con i rifugiati, dei risultati e delle fatiche di lavorare in rete, delle difficoltà di trovare nelle istituzioni partner veri nel tempo per progetti duraturi di sviluppo . Renate e io raccontiamo di Le Mat di cosa fa e cosa vuole essere. Dei risultati ma anche delle fragilità . La discussione e il confronto con le persone raccolte nel locale prende subito il via. Molti i racconti delle iniziative culturali e imprenditoriali in corso nel quartiere : la creazione di b&b utilizzando le proprie case, i progetti Musica dai balconi  che da due anni riempie e anima il quartiere, le feste in piazza. Molta la voglia di scambiare anche i problemi, di capire come passare dalle singole iniziative ad una rete che organizza l’accoglienza diffusa dei turisti. Emerge una generazione di giovani, donne, appassionati e motivati a fare della creazione di attività una occasione non solo di reddito ma un elemento di rigenerazione sociale della propria città. Durante l’incontro una sorpresa: arrivano anche i nostri amici di Villaggio Carovana, il calore umano aumenta.

Questo è anche Le Mat, relazioni che non finiscono mai!! Rimaniamo fino a tardi a chiacchierare nella piazza San Domenico, con Andrea e la sua compagna, a scambiare consigli e suggerimenti su come passare a una accoglienza turistica diffusa, con momenti comuni di promozione e organizzazione in rete. Un’altra amicizia creata, un altro punto della rete Le Mat.

Claudio,Luca,Costanza a passeggio a Cagliari

Ultima … ma non ultima avventura con AHEAD Project!

Come abbiamo concluso Ahead…oggi!

Da un pò di tempo…Viaggiatori Sociali è diventato anche il blog dei nostri storyteller digitali formati con il progetto Ahead…e con molto piacere e orgoglio vi facciamo leggere le loro storie e vedere i loro videos!

Ecco il lavoro di Ombretta oggi…

Ombretta Ortica’s Video Greeting by Slidely Mobile

Una passeggiata della memoria…

IN MEMORIA DI ROBERT EINSTEIN CUGINO  DI ALBERT

di GRAZIANO GALLETTI

Il racconto di Sonia Sorci, riguardante l’ufficiale tedesco buono della Wermach, che si è immolato perché non condivideva la ferocia del suo esercito, mi ha fatto ricordare  che, durante una passeggiata sul vialone del Colle della Trinità (PG), mi sono imbattuto tempo indietro, in un cippo che sorreggeva una targa commemorativa  alla memoria di Robert Einstein, cugino per parte paterna del più celebre  Albert.

La cosa mi aveva  incuriosito in quanto non riuscivo a collegare gli Einstein con il nostro territorio. Con la pazienza e la ricerca  ho approfondito le ragioni che hanno spinto le nostre autorità a collocare quella targa in quel dato posto. La targa non è molto bella, è in plexiglas fissata ad un masso e seminascosta da una siepe. Sul bordo vi è riportata la scritta che la stessa era stata collocata nel 2000 e riposizionata nel 2005, probabilmente in questo lasso di tempo era stata asportata, forse la prima targa era in ottone e più pregiata. In poche righe descrive la dolorosa storia della famiglia di Robert. Spiegazioni più ampie le ho trovate sulle indagini dello storico Carlo Gentile e sul libro “Il cielo cade” di Lorenza Mazzetti.

La storia si ricollega a quando Robert e Albert da ragazzi,  vivevano insieme la loro fanciullezza, prima in Germania e poi in Italia. Avvicinandosi gli anni difficili  per le generazioni di origine ebraica,  i due cugini si divisero, Albert lasciò la Germania nel 1933 per trasferirsi in America, mentre Robert partì per l’Italia  nel 1936, assieme alla famiglia, dopo la laurea in ingegneria e dopo aver sposato Mina Mazzetti.  Acquistò una tenuta agricola a Monte Malbe (Perugia) e qui fece edificare una scuola per allevamento di cavalli. L’anno dopo nel 1937, vendette la tenuta perugina e si trasferì, con la moglie Cesarina detta Nina, le figlie Luce di 20 anni e Anna Maria di 11, a Rignano sull’Arno acquistando una fattoria, con una bella e spaziosa costruzione, Villa Focardo.

La fattoria Focardo con annessa la chiesa.

La targa che menziono  vuole ricordare una efferata strage che si svolse all’interno di detta villa e  colpì la famiglia Einstein per mano dei soldati tedeschi della Wehrmacht.  La villa era frequentata da persone di spicco sia nel campo artistico che letterario come Giacomo Balla e Gino Severini, anche la figlia di Thomas Mann e crocerossine della resistenza frequentavano la villa. Abbinata alla villa era una chiesa, dove la domenica si celebrava la S. Messa nonostante i proprietari fossero ebrei e molti ospiti valdesi.

 

Le figlie e cugine, Nina e Robert.

Nell’autunno del 1943, la villa era stata requisita dalla Wehrmacht  per farne un quartier generale  la famiglia fu costretta a trasferirsi in una casa colonica, ma fino alla primavera del 1944 non ricevette molestie. Con l’avvicinarsi del fronte sotto la spinta dell’esercito alleato la situazione si fece più tesa ed il movimento partigiano più attivo,  tanto che Robert, unico ebreo, fu convinto dai partigiani a rifugiarsi in mezzo a loro per non farsi deportare. I tedeschi provarono con ogni mezzo a far tornare Robert alla fattoria e,  sapendolo nei dintorni,  costringevano la moglie a chiamarlo ad alta voce. Verso la fine di luglio le forze alleate erano già nel valdarno e spingevano le armate tedesche verso Firenze. Tutto precipitò agli inizi di agosto, le truppe tedesche occupanti si ritirarono e  il 4 agosto arrivarono soldati del 104° Reggimento Panzergrenadier della Wehrmacht, i quali cominciarono a rovistare per tutta la fattoria  saccheggiando cantine e dispense, dopo  riunirono le donne della famiglia Einstein, e inutilmente cercarono di farsi dire dove si trovava Robert. Infine prelevarono la moglie e le due figlie, trascurando le cugine Mazzetti, che vivevano con loro, le portarono in una stanza al piano terra della villa e le uccisero con il mitra. Poi incendiarono la villa e si allontanarono dal luogo del misfatto. Si dice che l’ordine di uccidere i parenti di Albert sia venuto dall’alto comando tedesco per colpire negli affetti lo scienziato rifugiatosi in America.  Albert, che era rifugiato nei paraggi vide da lontano buciare la sua villa e sconvolto trovò i cadaveri della moglie e figlie. Poche ore dopo arrivarono gli alleati. Assieme alle truppe viaggiava un giovane assistente del fisico Albert Einstein inviato con lo scopo di rintracciare e salvare la famiglia del suo maestro, purtroppo il suo intervento era stato tardivo. L’ingegnere Robert, sconvolto, vagava nella per la campagna sconvolto cercando anch’esso la morte, ma ne fu distolto al momento dall’affetto dei suoi coloni. L’anno dopo il 13 luglio del 1945 non resistendo all’amarezza della perdita della sua famiglia, si suicidò con il veleno, nella stessa stanza dove avevo trovato la morte la moglie e le figlie.

Monumento cimiteriale della Badiuzza a Rignano sull’Arno FI

Le salme della famiglia di Robert Einstain sono tumolate nel cimitero di Rignano v.

Questo avvenimento è stato dimenticato per lunghi anni. Nel 1957 lo storico Carlo Gentile individuò i probabili  responsabili del  104° Reggimento Panzergrenadier della Wehrmacht, ma la giustizia non ha mai dato corso alla ricerca degli esecutori.

Il 25 aprile l 2005 il comune di Perugia e di Corciano hanno eretto il cippo con targa a ricordo dell’annientamento di tutta la famiglia di Robert Einstein, misfatto perpretato a Rignano sull’Arno, dando il suo nome a tutto il Parco della Trinità.

Graziano Galletti, 15 maggio 2015

 

Tradizione che vive e lavora al Molino Trampolini di Perugia

Il frantoio Trampolini non potrebbe stare in una qualunque zona industriale con autocisterne, silos,  tubature, bancali di prodotti confezionati.

Invece lo trovi ancora li dove è nato e cresciuto secoli fa,ed è ancora punto di riferimento della zona e non solo,adesso è conosciuto in tutto il mondo grazie a internet! Forse gli è cresciuta la città intorno, il mondo si è trasformato con nuove tecniche, nuovi modi di produrre, vendere e promuovere il prodotto e gli sforzi del passato sono diventati risorsa. Al molino Trampolini hanno realizzato l’ideale della creazione di valore, facendo un lavoro che gli piace, lo considerano bello, che gli da da vivere e mantiene il bene della cultura collettiva e del paesaggio. Gabriel.

SENTIERO LUNGO IL TEVERE DA PONTE VALLECEPPI A PONTE FELCINO

4 maggio 2015 – di Graziano Galletti. Foto storiche da Archivio della Memoria Condivisa Comune di Perugia.

I viaggiatori sociali del gruppo di pilotaggio Ahead PG3 di Perugia sono usciti dai borghi della città di Perugia per immergersi nella natura agreste della piana del Tevere. Questo fiume che ha segnato la storia delle nostre civiltà più antiche come gli Umbri, gli Etruschi ed i Romani,  attraversa l’Umbria come una spina dorsale.

Dopo essere disceso tumultuoso dalle falde appenniniche del monte Falterona, scorre pigro e sinuoso nella nostra pianura dando vita ad un paesaggio lussureggiante ed a una popolazione che ha urbanizzato i luoghi attorno ai ponti. E’ proprio da Ponte Valleceppi che inizia il nostro incontro con il fiume.

Sotto la guida di Sonia e Antonio imbocchiamo il sentiero che costeggia il fiume sulla riva sinistra. E’ un sentiero naturalistico facilmente percorribile, in quanto si sviluppa interamente in pianura. Il nostro obiettivo è di raggiungere Ponte Felcino ed immergerci nell’oasi di verde che è il “Bosco  Didattico”. Ci saranno da percorrere circa 4 km., ma abbiamo tutta la mattina a disposizione e, durante le soste,  Sonia ci leggerà alcune storie di attività antiche che si sono sviluppate grazie al fiume. Le storie sono tratte da un libro scritto da Giannermete Romani, grande camminatore, esploratore di sentieri e narratore.

Arrivati ad un’ansa del fiume intravediamo sull’altra sponda una massiccia torre medievale che domina il fiume e Sonia, aperto il libro ci racconta che quella che vediamo è la torre di Pretola,  eretta nel 1370 a difesa delle attività artigianali del posto in particolare del mulino adiacente.

 

 

Attività legate al fiume e svolte fino agli anni 50 del secolo scorso, erano quelle degli uncinatori, i quali con un particolare attrezzo traevano dal fiume il legname che la corrente trascinava. Il recupero del legname, era di una certa importanza per gli abitanti di Pretola, aveva regole precise ed inderogabili, per evitare liti e soprusi.

 

Una seconda attività molto praticata alla quale partecipavano uomini con carretti e moltissime donne, era quella delle lavandaie.

Quando il lavaggio degli indumenti si faceva a mano, molte famiglie perugine,  attività alberghiere o di ristorazione affidavano il cosidetto “bucato” alle lavandaie di Pretola, le quali alla domenica pomeriggio, passavano di casa in casa a raccogliere  la biancheria ed gli indumenti sporchi. Il materiale veniva portato a Pretola con dei carretti, mentre le lavandaie scendevano fino al fiume, a piedi nudi, lungo un antico sentiero denominato anche oggi “sentiero delle lavandaie” e lungo circa 4 km. Il bucato, una volta lavato e sciacquato nel fiume, veniva  il momento dell’asciugatura. Pretola era tutto uno sventolìo di biancheria. A Porta Pesa c’erano i carrettieri che con il carico, e  le lavandaie davano  il via alla riconsegna dei panni puliti nelle case dei clienti.

Il nostro itinerario dopo circa 2 km. si allarga  formando una pinetina e sui tronchi dei pini sono stati installati dei camminamenti  sospesi e delle teleferiche, che in stagione estiva fanno la gioia dei bambini, i quali, opportunamente imbragati, si avventurano in questi camminamenti sospesi.

 

 

Risalendo il corso del fiume, sempre sull’altra riva si intravede tra i fogliami  un fabbricato industriale a picco sul fiume: è il lanificio di Ponte Felcino. Sonia dal suo libro trae le notizie che ci interessano: l’edificio, di proporzioni ragguardevoli, è stato eretto nel 1858 dalla famiglia perugina Bonucci, il fiume forniva  all’opificio la forza motrice per i macchinari e per la produzione di energia elettrica. Impiegava circa 300 dipendenti e produceva stoffe, una realtà consistente per la popolazione del circondario. Il lanificio tra alterne vicende è ancora attivo, l’energia elettrica è ora fornita dalla rete nazionale collegata alla cabina che ci sta di fronte.

Il  sentiero lascia la riva sinistra quando  giungiamo ad un altro ponte che attraversiamo, è quello di Ponte Felcino, la nostra meta è vicina.

Borgo Sant’Antonio a Perugia

Una passeggiata per il borgo S. Antonio assieme agli amici del progetto Ahead ci fa conoscere luoghi e storie sconosciute agli estranei al borgo.

Il luogo prende nome da una delle porte murali di Perugia, (facente parte nel 1373 della fortezza del Monmaggiore, poi distrutta nel 1376 dai perugini) e si sviluppa per tutto Corso Bersaglieri, fino a porta Pesa (o porta Tei).

 

La strada prende nome dall’ingresso dei bersaglieri che entrando da porta S.Antonio liberarono Perugia dal dominio papalino,  in data 14 settembre 1860.

 

 

 

Il borgo fa parte del quartiere  di “Porta Sole” uno dei cinque quartieri in cui è divisa la città,  aveva un po’ perso la propria identità, ma recentemente nel 2012 è stata costituita l’associazione  “RIVIVI IL BORGO” che  ha lo scopo di valorizzare la memoria storica del sito e di far socializzare tra loro gli abitanti.

 

 

Ad accoglierci  e a farci da guida si presenta un simpatico signore ( Carlo Valiani) pieno di capelli da far invidia, che ci introduce in due luoghi sacri dedicati a S.Antonio abate (un santo eremita egiziano nato nel 251 e morto a 105 anni) protettore degli animali.

 

 

 

Il primo luogo è una chiesetta dove il santo è rappresentato da bambino. L’interno è restaurato grazie all’operosità del volontariato degli abitanti del borgo, ci sono affreschi, quadri e l’atmosfera è mistica e confortevole. Sulla strada si trovano due targhe marmoree, una dedicata all’entrata in città dei bersaglieri e l’altra riguarda il lascito di una eredità di una madre, a favore dell’università , in ricordo del figlio Francesco Rebucci

 

Il secondo luogo visitato è una chiesa vera e propria, lasciata al degrado negli anni passati, dopo che nel 1980 l’ultimo parroco se ne è andato. Anche questo luogo con l’operosità degli abitanti del borgo è stato recuperato e reso agibile.

  La chiesa non è più parrocchia, ma è ancora consacrata e a volte vi viene celebrata la messa. L’altare può essere rimosso e far spazio per allestire concerti o opere teatrali. L’interno ha la parete di testa decorata dal nostro pittore futurista  Gerardo Dottori dove due angeli emergenti da un paesaggio umbro adorano un cristo in croce ligneo.

Sotto il cristo è posizionata una statua lignea del santo, risalente alla fine del 1300. E’ stata restaurata e si presenta in buone condizioni. Sopra il portale fa sua mostra un organo monumentale del 1600, impreziosito da una raffigurazione religiosa in tondo religiosa, copia di quadro di Raffaello. Nella chiesa sono presenti moti strumenti musicali, come pianoforti, forti piano, un clavicembalo, altri due organi, timpani e altro.

 

 


La nostra guida è molto orgogliosa dei risultati dei restauri effettuati, soprattutto a mezzo del volontariato degli abitanti del borgo, descrive i risultati con quel modo schivo di chi agisce nell’interesse collettivo e non personale, ci tiene però a farci sentire il suono delle campane anch’esse recuperate perché difettose, suonare le campane è un modo per far rivivere il borgo.

 

Rientrando al museo del POST, fuori porta ci siamo fermati per fare una foto al monumento del bersagliere, ma il bersagliere non c’e più, è rimasto solo il piedistallo, la statua è stata rubata qualche giorno fa. Il monumento era stato voluto e finanziato dagli abitanti del borgo in ricordo delle gesta del 1860.

GRAZIANO GALLETTI

26 aprile 2015

Fiorivano le viole nel laboratorio di Francesco e Fabrizio

La visita al laboratorio fotografico di Francesco e Fabrizio in via dei Cartolari a Perugia ha suscitato interesse e meraviglia nel gruppo di viaggiatori del progetto Ahead che si incontrano al Post di Perugia. I due giovani fotografi ci hanno introdotto nel mondo della fotografia. Nel mondo attuale, fotografare ci appare molto semplice, pigiamo un tasto ed appare l’immagine, ma dietro a questo gesto c’è tanta tecnologia che ci appare incomprensibile. Neanche ci proviamo a capire come si forma l’immagine nei nostri tablet o smartphon, un insieme di circuiti schede elettroniche e contatti elettrici si attivano pigiando o sfiorando il nostro tasto.

 

I due giovani ci fanno capire come è semplice catturare un’immagine con una semplice scatola di cartone chiusa, sul fondo della quale si spalma una gelatina di sali d’argento e si fa penetrare la luce per un determinato tempo all’interno della scatola, attraverso un piccolo foro. L’invenzione della fotografia è tutta qui: la capacità dei sali d’argento di reagire in vario modo a seconda dell’intensità della luce. Per più di un secolo e mezzo questo è stato il procedimento per ottenere le foto, certo con rullini di celluloide o altre materie plastiche, con macchine fotografiche e obbiettivi di vario genere, ma sempre con camera oscura, foro chiuso da un otturatore, tempo di posa. L’avvento dei computer e del digitale hanno rivoluzionato il modo di fotografare e mandato in pensione pellicole fotografiche e relative macchine, anche le più sofisticate.

Ma i due giovani fotografi si sono ribellati all’avanzata del digitale e come archeologi hanno raccolto reperti antichi di macchine fotografiche di legno o reflex, treppiedi e teleobiettivi, ridando vita ad una tecnica dimenticata. Sono anche sperimentatori in quanto riescono ad impressionare le immagini fotografiche in qualsiasi superficie, perfino all’interno di un guscio d’ovo.

 

Costruiscono manualmente macchinette fotografiche con materiali poveri, come cartone e legno e sviluppano e stampano le fotografie con le vecchie tecniche dei nostri antenati. La loro camera oscura per lo sviluppo, è costituita da una tenda da campeggio e i reagenti per lo sviluppo sono contenuti un semplici bacinelle rettangolari, dalle quali magicamente si formano le immagini catturate all’interno delle scatolette con il foro.

Il loro negozio è un bailame di macchine ed accessori per fotografare e crea un suggestivo colpo d’occhio in contrasto con l’asettico ordine dei negozi moderni.

Ma lo scopo dei viaggiatori sociali non è solo di osservare ed apprendere passivamente, ma anche quello di essere curiosi, indagare ed allargare la conoscenza ed ecco che parlando di vecchie fotografie il discorso cade su testimonianze di antichi avvenimenti relativi a fatti avvenuti a Perugia. Viene fuori che Francesco è interessato a raccogliere queste testimonianze e il discorso cade sul circo di Buffalo Bill a Perugia. Francesco ha raccontato questo fatto in un suo blog, ma ha solo l’immagine “dell’uomo forzuto”, a me sembra di avere una foto del circo a S. Giuliana. Un altro corsista, Diego,  fa presente che un altro fatto eclatante a Perugia fu l’esposizione di una balena imbalsamata, ma non si ricordava esattamente i fatti se non la puzza che emanava.

A casa faccio una lunga ricerca della foto del circo di Buffalo Bill ed infine la ritrovo. Con Francesco scambio un certo numero di e-mail e gli invio la foto.

 

 

 

 

 

 

Con ostinazione faccio una ricerca anche della balena e scopro che effettivamente negli anni 50 una balena di 24 mt., caricata su un TIR girava per le città europee e anche italiane. Si hanno notizie e fotografie di esposizioni a Torino, Bologna Roma e Napoli. Non ci sono documenti relativi a Perugia, ma è probabile che nel trasferimento lungo la penisola, sia stata fatta una sosta anche nella nostra città. I ricordi del nostro compagno d corso potrebbe confermarlo. Recupero dal Web foto e notizie e le invio a Francesco, ne discutiamo assieme ed anche lui concorda su quanto ho intuito.

Un piccolo avvenimento che testimonia come dal caso si ottengano informazioni impensabili, ma è la curiosità che spinge l’uomo ad apprendere sempre di più, anche al di fuori dei propri interessi.

Graziano Galletti, 22 aprile 2014

 

Visita alla casa-famiglia nel parco S.Margherita

Testo: Rita Tili

Foto storiche da Archivio della Provincia di Perugia, Centro Multimediale di Informazione e Ricerca, collezione dell’ex Manicomio Provinciale di S. Margherita, non inventariato.

E’ una bella giornata di sole ed entriamo nel parco passando davanti alla casina rossa, un tempo sede del custode e porta d’ingresso dell’ospedale psichiatrico o manicomio come comunemente veniva chiamato a Perugia.

Ho percorso per tanti anni questa strada, ho avuto la fortuna di lavorare nel parco presso il Centro Infanzia “Il Tiglio”, una scuola per bambini da tre mesi a sei anni che nella sua scelta educativa portava la memoria del superamento delle istituzioni totali: scuola aperta al suo interno e all’esterno, uscite nel parco e nella città a piedi e con il “pulmino”, vacanze in campeggio e al mare a Cesenatico, tutti insieme, operatori, bambini, genitori, nonni, un’esperienza 0-90 anni, feste al “Il Tiglio” con tanti bambini e adulti.

Questi sono i ricordi che affiorano mentre andiamo giù fino alla casa famiglia per una strada scoscesa, attraversando questo bel  parco adorno di grandi alberi, passando davanti ai padiglioni dove ora studiano giovani provenienti oltre che dal territorio circostante anche da tutte le parti del mondo.

A ridosso degli orti coltivati dai pensionati, piccoli appezzamenti di terra messi a disposizione gratuitamente dall’amministrazione provinciale, sorge una casa colonica, un tempo fattoria dello psichiatrico. Gli ospiti della casa famiglia ci accolgono cordialmente offrendoci una gustosa merenda all’aria aperta, sotto il pergolato, tra il verde e i fiori. Si respira un’atmosfera serena anche se si ha l’impressione che il tempo sia sospeso, fermo, scandito da un ritmo sempre uguale rotto da qualche piccola sorpresa come il nostro arrivo o, come spiega un’operatrice, dagli studenti che scendono per la ginnastica, dagli ortolani e d’estate dalle varie iniziative che si svolgono nell’anfiteatro.

Si riprende la strada in salita prima dell’uscita delle scuole che romperà il silenzio e la purezza dell’aria del parco, per ritornare con il fiatone alla sede del Post nel Borgo S.Antonio.

Parco Santa Margherita

Testo: Graziano Galletti

Foto storiche da Archivio della Provincia di Perugia, Centro Multimediale di Informazione e Ricerca, collezione dell’ex Manicomio Provinciale di S. Margherita, non inventariato.

Oggi 23 marzo visita al parco S. Margherita, un polmone verde a ridosso della citta’ est ( Perugia). Il parco, di proprietà provinciale,  è aperto a tutti e gli edifici presenti sono adibiti a istituti scolastici come il liceo scientifico,  l’istituto tecnico per geometri e l’università per stranieri, nonchè ambulatori USL. Il parco copre un’area di 40 ettari ed è percorso da strade interne che collegano i vari edifici.  Percorrendo queste strade si hanno punti di vista verso il monte Subasio ed Assisi, di grande effetto. Il parco è utilizzato per molteplici attività, oltre a quelle istituzionali, come  gli orti dei pensionati, dove gli assegnatari passano il loro tempo coltivando zucchine ed insalate. Per accedere alla zona degli orti si passa di fianco ad una costruzione, una volta adibita a casa colonica. Nella visita al parco ci siamo fermati in questo posto ed abbiamo trovato ad attenderci delle persone che ci hanno offerto caffè, bibite e dolcetti. Alcuni di loro ci hanno raccontato che lì passano le loro giornate in attività utili.

                                                                                                                                                                                                                                       Non mi è stato chiaro lo svolgersi di queste attività, nè perchè queste persone sono lì, intuisco che in quel posto danno uno scopo alla loro vita. Abbiamo parlato senza chiedere troppo o scendere in particolari, ci siamo salutati con calore, andandocene con qualche interrogativo nella mente. Procedendo oltre l’edificio si incontra una specie di anfiteatro circolare a gradoni, dove molti si recano per altre attività o per semplice contemplazione. Nel passato autunno noi frequentatori del corso di pittura dell’UNITRE ci siamo riuniti in questo luogo e armati di cavalletti, tele e colori abbiamo cercato dall’ambiente, ispirazione per i nostri quadri.

Una giornata speciale

 

          Non conoscevo l’ esistenza di un bosco così ricco di storia a Collestrada…..Pensavo fosse soltanto un luogo di appuntamenti per coppie di innamorati..(ma anche questa e’ storia!! )
           E’ così interessante conoscere e riscoprire  la nostra storia quella piu vicina a noi, geograficamente parlando!
In questo modo possiamo capire piu i nostri tempi…… e il perche’ di certi comportamenti sociali nelle diverse epoche storiche.
           Allora mi piace pensare che Sonia e Antonio, le nostre guide,(coaches) sono folletti Forabosco che
 nel giorno 10 del mese terzo dell’anno domini 2015, ci hanno accompagnato nei sentieri del bosco di Collestrada.
          Con i loro occhi grandi profondi e neri abbiamo visto uomini e donne che lavoravano con passione
questa fertile  terra mentre era oggetto di desiderio da parte di ricchi di Assisi e Perugia che da
parte opposte ne condividevano la visuale.Abbiamo visto anche la trasformazione  fisica di questo colle
dal tempo degli etruschi ad oggi: cunicoli sotterranei che, nei tempi del Medioevo, univano  il villaggio con le terre
limitrofe   e nel tempo della guerra fungevano da rifugio per i ribelli o partigiani.
            I nostri folletti Forabosco Sonia e Antonio ci hanno anche narrato l esistenza di un lebbrosario in questa zona  dove paradossalmente si viveva meglio al suo interno a contatto degli ammalati,  piuttosto che fuori dove  malfattori  e briganti erano sempre in agguato.
            Ma ci hanno parlato anche di un luogo dove i folletti esistono ancora …luogo che prende il nome dalla loro stirpe follettiana” Il Forabosco” ………Qui infatti mi fa piacere pensare che gli occhi scuri a volte silenziosi e lontani di bambini speciali vengono a tenere vivo il ricordo di tante storie segrete che puo’ ancora narrare il bosco di Collestrada.
Monica

Tempi moderni

La signora Rosetta, quando era andata in pensione, si era regalata uno di quegli aggeggi diabolici che tanto vanno per la maggiore tra giovani e meno giovani, un Tablet, tanto per stare al passo con la modernità.

Arrivò con il corriere perché acquistato via internet con carta di credito, bianco candido con tanto di custodia e penna, ma senza manuale di istruzione “perché tanto è intuitivo” disse sua figlia, “per chi?” pensò la signora rosetta. Infatti per lei l’intuizione non funzionava e guardava piena d’invidia e sconsolata i ragazzini che a testa bassa smanettavano i loro maledetti smartphone. Tutt’al più riusciva ad andare in internet, ma quello aveva tante funzioni, applicazioni, si potevano fare e inviare foto, video e molto altro ancora, ma non le riusciva a raccapezzarsi e nessuno l’aiutava.

Finalmente si iscrisse a un corso per un uso creativo del mezzo in questione per allievi non più giovanissimi, quindi con insegnanti sicuramente bravi e molto pazienti.

Il giorno dell’inizio del corso, emozionata come il primo giorno di scuola, un po’ svagata rassettò la casa e, per non sentirsi in colpa con il suo uomo che stava al lavoro…mise sul fuoco una pentola di ceci per il pranzo e…. si preparò per uscire.

Era lì al corso che prometteva bene, secondo le sue aspettative, quando improvvisamente le balenò un pensiero malvagio “ho spento o non ho spento il fuoco?”.

Scacciò il pensiero, il corso era più interessante dei ceci.

Arrivò a casa e l’accolse un odore tremendo anche se il fumo denso non c’era più perché suo marito aveva spalancato tutte le finestre e aveva preparato…..un piatto di spaghetti alla carbonara con pancetta affumicata.

 

Rita Tili

Storie dal cassetto della memoria…

…una storia collettiva scritta ed elaborata a più mani dai partecipanti al corso Ahead Perugia Biblionet.

Le immagini storiche in bianco-nero sono concesse in uso dall’Archivio della Memoria Condivisa del Comune di Perugia, i prestatori delle foto originali sono i sg.ri Cambiotti ( che tra l’altro partecipa al progetto Ahead e che ha animato la passeggiata fotografica con le sue dirette testimonianze), Taticchi, Mingozzi, e l’ISUC Istituto Umbro di Storia Contemporanea. Archivio Giorgetti e Oziosi.

Il giorno 24 marzo noi del corso Ahead, con i nostri coaches, siamo usciti a Ponte San Giovanni per osservare e fotografare le zone più significative della cittadina. Abbiamo iniziato la visita con la Stazione ferroviaria la cui costruzione risale al periodo tra il il 1866 e il 1920.
Questo traguardo ha permesso la nascita e lo sviluppo di alcune industrie locali quali Pascoletti, che produceva le traverse per la stessa ferrovia, in seguito il Molino Ponte, De Megni legnami e distilleria, Margaritelli sempre  per la lavorazione legnami. Queste realtà hanno permesso anche l’integrazione con gli abitanti di località limitrofe e non solo.
Con la Seconda Guerra Mondiale, tra il ’43 e il ’44 Ponte San Giovanni subì vari bombardamenti che colpirono gran parte delle costruzioni di interesse storico e logistico tra cui la ottocentesca Stazione Ferroviaria distruggendo anche  binari e vagoni. In seguito fu ricostruita, piano piano ampliata aprendo altri tronchi ferroviari e ammodernata sostituendo le locomotive a vapore con quelle elettriche.

Ricordo che alla fine degli anni ’50 inizio anni’60, quando io (Aurora) prendevo il “trenino” per andare a scuola a Perugia (all’epoca a Ponte San Giovanni c’era solo la scuola elementare e per la scuola media occorreva andare a Perugia), le locomotive a vapore venivano ancora utilizzate per il trasporto merci.
Come possiamo vedere oggi ha raggiunto un grave stato di degrado e risulta essere inadeguata ai tempi per  cui sono già iniziati i lavori di ampliamento e ammodernamento compresa la costruzione di un sottopassaggio per evitare l’attraversamento a raso dei binari.
La nostra passeggiata  è continuata lungo le Vie Manzoni e Pontevecchio fino ad arrivare al Ponte sul Tevere e all’area su cui sorgeva il Molino Pastifico Ponte fatto crollare il 4 luglio 2009…..di cui vi racconteranno i nostri colleghi.

VIA Manzoni, già via Tiberina, è una strada lunga che andava dalla stazione al ponte sul Tevere.
La strada era un tempo lunga e deserta fiancheggiata da 4 case e un albergo e ci si conosceva tutti!!!
C’ era un barbiere, un fruttivendolo e il Bar Boco considerato il centro del paese.
La Domenica tutti si ritrovavano là a parlare di …calcio!…..direte voi?
No, di ciclismo!!!
C’ erano i bartaliani e i coppiani che davano vita a vere e proprie guerre!(CITAZIONE DI VITTORIO CAMBIOTTI).

Via Pontevecchio era l’unica via di comunicazione importante di P.S.Giovanni.

Piena di attività artigianali, dal fabbro, al falegname , al fornaio…il tutto in un contesto molto familiare. La guerra ha cambiato il volto della via, i bombardamenti hanno fatto morti, distrutto edifici lasciando dolore e lacrime.

Attualmente la via ha un aspetto completamente diverso, ad eccezione di due o tre palazzine, che sono la testimonianza dell’animazione esistente dell’epoca.

La nostra passeggiata nella storia di Ponte San Giovanni continua, ci troviamo davanti al ponte vecchio ricostruito solo negli anni 90, dopo che il bombardamento della seconda guerra mondiale che lo aveva distrutto, quando il fiume Tevere era un’attrattiva per Ponte S. Giovanni, conosciuto in tutta Perugia ed era navigabile, la gente del posto vi faceva il bagno.  La nuova costruzione del ponte è tutta in legno e unisce le due sponde del fiume, negli anni successivi fu costruita la diga.Da una parte di questa sponda possiamo osservare il panorama  ed il punto in cui sorgeva il pastificio “PONTE”.

Pastificio “Ponte” ieri e oggi
La storia si costruisce anche attraverso la memoria di attività che non esistono più.
Il pastificio “Ponte” ormai è solo un marchio, ma i luoghi testimoniano passato e presente.
La fabbrica, la foto di gruppo della squadra calcistica al tempo sponsorizzata, il panorama com’era.
Ed ora poche mura scrostate, davanti graffiti colorati nati dalla fantasia popolare.

Ed ecco il nostro gruppo che posa davanti al cancello della vecchia fabbrica; dietro solo un campo incolto e poche mura a testimonianza dell’abbandono.

Ma intorno è viva ancora una realtà suburbana che continua la sua storia…

 

 

ERITREA, PONTE DELLA PIETRA E…DARWIN.

Ricordare qualcosa di importante…

Il ricordo non può che andare a mia zia Emma, nel primo dopo guerra.

Zia Emma era la postina di Ponte della Pietra, quando era un piccolo  paesino di 64 famiglie su di un’ estensione notevolissima: dal cimitero di Pila al cimitero di Ponte della Pietra e dal monte Vesticciano, o Vestirciano, sino a San Sisto.

Il suo ufficio, poco più di un metro per due, era un angolo ricavato nella  bottega da fabbro  di mio nonno, con una buchetta nel frontespizio di forse 50 per 50 cm per il “pubblico”.

Io non ho visto mai nessuno.

Bottega da fabbro di allora con forgia, un bancone, un’incudine, secchi d’acqua per raffreddare il ”ferro” infuocato che veniva battuto e forgiato, e martelli vari e  altre cose simili in un ambiente chiuso. Solo la grande porta che dava sulla strada.

Il fabbro, mio nonno, era padre di mia zia.

Tutto in famiglia.

Diciamo che l’ufficio aveva colori d’avanguardia e modernissimo, tutto nero ma di fuliggine.

Graziosa polvere nera impalpabile, ultra resistente che si depositava dappertutto, tenacemente.

La posta la portava tutti i giorni uno scassatissimo pulman di “Menchetelli”  che faceva la linea Perugia-San Vito in Monte, con deviazioni su tutti gli  “allora”paesini che incontrava sulla strada.

Strade bianche, piene di buche.

Un’ impresa ardua e impegnativa di cui forse nemmeno l’autista se ne rendeva conto.

Era tutto naturale nell’Italia del dopoguerra.

L’Italia era in crescita economica ma nessuno di noi lo sapeva.

L’autista teneva il sacco della posta, (sacco di balla con due strisce rosse con nel mezzo, in senso longitudinale, la scritta “poste italiane”)  fuori dal finestrino ondeggiando con il braccio e mia zia,  con tutti noi bambini intorno, la prendeva al volo.

Era una cosa alla buona.

La prendeva.

Si fa per dire…

Qualche metro prima o qualche metro dopo, ma in terra… condita da una robusta “zaffata” di nafta emessa dall’amico pulman che dopo aver tolto il gas per rallentare riprendeva la sua faticosa corsa in salita.

Il pulman, forse era un mitico Isotta Fraschini, di questo però non sono sicuro.

Comunque era simile a questo indicato nella foto.

Lo ricordo perché lo diceva Sandro, il figlio del “Toscano” che non poteva inventarsi un nome così.

Di sicuro aveva un muso lungo avanti che conteneva il motore e era fermato ai lati da quattro ganci “luccicanti”.

I passeggeri, sempre gli stessi, partecipavano al quotidiano avvenimento  con incitamenti vari e poi ridevano divertiti, ma senza la minima cattiveria ogni volta che l’impresa falliva.

Ci si conosceva tutti.

Il pulman  passava all’incirca alla 14,30, mezz’ora più – mezz’ora meno.

L’ufficio della posta era situato dopo la seconda curva provenendo dall’antico ponte a forte schiena d’asino, ora non più esistente, posto dove terminava la pianura della Genna e superata la  chiesa- santuario di Ponte della Pietra, iniziava la salita.

Il ponte fu costruito nel 1835 in sostituzione di “una pietra” posta in mezzo al torrente; da qui il nome di Ponte della Pietra.

Nel pieno della seconda  curva “cosiddetta del toscano”  cambiava marcia, perché non ce la faceva più e questo si sentiva da lontano e la “ persona di vedetta”, naturalmente uno di noi bambini  sul ciglio della strada, lanciava l’avviso perché il pulman  non si sarebbe potuto fermare.

Non so il perché.

Dovevamo essere pronti.

Rallentava  questo si’, ma non si fermava.

Nel caso in cui si perdeva la “coincidenza” ci avrebbe aspettato in cima alla salita, davanti alla non lontana scuola elementare.

E allora tutti in strada con la zia quando il tempo era bello.

Eravamo io, Francesco, Franco (un po’ meno), mia cugina Gabriella e Lucio, tutti cugini e della stessa età,  abitavamo tutti nello stesso stabile. A volte partecipava anche Giorgio, il figlio della maestra.

Lo stabile  era detto la “casa dei fabbri”, anche se in realtà solo mio nonno Martino era fabbro, mentre   suo fratello Giuseppe era falegname  e l’altro fratello Paolo ferrava i buoi nel travaglio  e arrotava e aggiustava gli attrezzi che si usavano nei campi di allora quali aratri, erpici, pale, roncole, falci.. …

La “posta” veniva poi portata quasi sempre, da noi ragazzi non  appena un po’ cresciuti

La tratta preferita era: bottega del fabbro- ufficio della posta (!)  -  Monte Vesticciano.

E qui era una corsa in massa. Due volte la settimana con il tempo bello, altrimenti si rimandava.

I partecipanti all’impresa: tutti i cugini più Giorgio e a volte anche Sandro, il figlio dl Toscano.

Racchiudeva non una maratona ma una intera olimpiade.

Si attraversava la grande strada bianca, il podere di Colombo e poi giù in discesa verso la valle attraverso il podere dei Dominici.

Infine il mitico attraversamento del torrente Genna.

Grande e immensa soddisfazione nell ’impresa costituita nell’attraversare il torrente Genna.

Piedi a bagno qualche volta.

Nessuno sapeva che allora il torrente Genna raccoglieva anche gli scarichi della città.

E poi la risalita tagliando per i campi e poi ritorno. Con calma.

Quando ero più grandino, durante l’estate,  mi davano 20 lire per ogni settimana di aiuto, ora all’una ora all’altra bottega.

Mi ricordo la promessa che me li avrebbero dati ma non  ricordo di averli mai visti…

Forse non ricordo per la mia età attuale.

Amnesie…

Mia zia Emma, dai due ai sei anni, mi ha tenuto sempre con sé, forse sorridendo dei continui litigi fra me e mia cugina Gabriella, sua figlia della stessa età, come sempre capita tra bambini specie a tavola.

Chissà poi che c’era da litigare, allora, a tavola.

Una cosa,  a dire il vero, me la ricordo bene.

Litigavamo per le righe di acqua e vino che erano nei nostri bicchieri.

Guai a che uno ne avesse una riga più dell’altro.

Ma erano due o tre righe. Di un bicchiere molto stretto in basso che si allargava poi in alto dove era il suo massimo contenuto.

Per non sbagliare a mettere ci
sarebbe voluta una particolare attrezzatura ingegneristica.

Si pregava molto e io ero noto perché volevo la preghiera corta e la fetta del pane lunga  ma non acqua e zucchero ma con miele che non mancava.

I miei abitavano, dopo che mio padre era tornato da poco (1947) dalla prigionia in Kenia e per quattro anni nessuno ha mai saputo se era vivo o morto, in via Orizzonte, al numero 5 a Perugia.

La casa di Via Orizzonte.

Mitica per allora e per chi veniva dalla campagna.

Due grossi gradini fuori, una rampa di scale interne da fare con attenzione, due piccoli ambienti, uno dentro l’altro e un gabinetto in cui si doveva entrare “ a marcia indietro” data la grandezza…

Apparecchi sanitari non erano stati ancora inventati, almeno per noi.

Chissà, forse, che il nome di questa via non abbia poi segnato la mia continua voglia di “andare”.

Nell’episodio che racconto, oggetto vero della memoria, è  presente,  ma veramente presente, oltre a mia zia Emma anche mia suocera, universalmente nota come “la Peppina”.

Mia suocera è morta a 99 anni senza mai accusare un minimo dolore, una benché minima misera influenza.

Malattie varie?  Sconosciute.

Una roccia.

Una roccia  tranne, ovviamente, gli ultimi due o tre anni in cui Milena oltre che lavorare si è trasformata poi in una amorevole badante.

Ma  cosa  abbina  queste tre persone: me, mia zia e mia suocera?

La legge di Darwin.

Osservando  mia suocera solida, sempre pronta, efficiente, intelligenza sopra la media e di molto, arguta e acuta ma silenziosa quando era opportuno… cioè spesso, io pensavo alla evoluzione della specie umana nei secoli, alla sua selezione naturale come sempre è avvenuto.

E allora pensavo che io ero un “sopravissuto”.

Grazie a mia zia Emma.

La prima volta avevo ingoiato una caramella, e quando mai c’erano allora, e mi affogavo.

Per l’esattezza “ero diventato viola”;  ho sentito tante volte questa frase.

Mia zia è corsa, mi ha preso per le gambe e a testa in giù mi ha scosso violentemente  e la caramella è fuoriuscita.

Oggi si sorriderebbe di questo sistema ma allora, per fortuna,  ha funzionato e bene…

Un episodio che non ha nulla a che vedere con la legge di Dawin ma quest’altro si.

L’amore di questa donna per me si è visto quando avevo sei anni (1948).

Ero gracilino, forse frutto di circa 18 mesi passati ad Asmara in un campo profughi inglese.

Io sono nato ad Asmara.

 

 

 

 

Io, mia madre e mio fratello Adamo siamo poi tornati a Perugia  a bordo  della nave ospedale Giulio Cesare, o Caio Duilio , non ricordo bene. Da qualche parte nascosti in qualche cassetto ci dovrebbero essere ancora i biglietti, di sola andata, di color verde scoloriti.  Abbiamo circumnavigato  l’Africa in due mesi. E poi Taranto- Perugia in treno, sette giorni, senza nulla da mangiare, elemosinando nelle varie tratte.

Biglietto gratis pagato dagli inglesi il cui costo lo avranno ripreso quando l’Italia ha pagato i danni di guerra…

Io li ho sempre odiati gli inglesi. Tutta la mia famiglia li ha odiati. Non un prodotto inglese nel tempo è mai entrato nella nostra casa. E questo senza rendercene conto.

Mi fu diagnosticata a sei anni una feroce nefrite con infezioni varie  e tutti si  stringevano le spalle forse rassegnati.

Segni di quella nefrite ci sono ancora oggi anche se attutiti.

Arrivò, però, chiamato dalla zia un dottorino da Castel del Piano il dr. Gentilucci che disse che era appena uscita una nuova medicina: la penicillina. Costo  sei mila lire a fiala. Mia zia ne comprò sei, 36 mila lire (anno 1948).

Dalla farmacia “Piccioli”.

Non aveva un centesimo.

Ricordo che faceva la postina e neanche di ruolo.

Per pagare la penicillina si andò avanti per molto tempo e i miei genitori, non ho mai saputo se avessero contribuito, non avevano un centesimo.

Si faceva a chi era più povero; forse non lo sapevano di questa gara.

E mi salvarono.

Quindi io sono un sopravissuto.

Uno che forse, per la legge di Darwin, non avrebbe certo contribuito al miglioramento della specie umana come ha fatto  la Peppina,  forte come una roccia, ma come al solito ci sono delle eccezioni.

I miei due figli Benedetta e Lorenzo sono, veramente, come un giorno mi disse un amico medico, guardando me e poi Benedetta: “Bè!.. il miglioramento della specie qui si vede”.

Alla mia età 73 anni, medicine o non medicine, però, io  ci sono arrivato. E mi piace.

E, ora,  sono in Tunisia tra tanti nuovi conoscenti-amici, ognuno con la sua storia, a volte non bella, da stringere il cuore ma altre  sono curiose e divertenti.

Intanto io e Milena non  siamo mai soli.

Ogni giorno pranzo da una amica, di Empoli che già conoscevamo, a tavola si oscilla intorno alle 12 -14 persone, fluttuanti.

Pranzo: cucina toscana (antipasto, primo, secondi e contorni vari, frutta,  acqua, coca – cola  e caffè) con correzioni perugine (aiuto chef: Milena); costo prestabilito 15 dinari a coppia (sette euro e mezzo) e c’è un utile per la padrona di casa e tanto buonumore.

Questo è il presente, per il futuro ancora non so.

 

Paolo Pierini

QUANDO CI SIAMO TRASFERITI IN CITTA’ ……gennaio 1954

Gennaio 1954…

Abito a Capocavallo,

un piccolo paese vicino Perugia, nella parte alta:

un campanile, una chiesa, la mia casa e poche altre.

 

 

Bisogna trasferirci a Perugia, la grande città…dove lavora mio padre.

Il camion di Pezzetta, che normalmente trasporta legna, ci deve portare alla nuova casa insieme alle nostre cose.

 

Io sono davanti seduta in braccio alla mamma, ho con me la gabbietta con il mio canarino. Uno o due canarini li avremo sempre in casa per tanti anni.

Tutta la gente del paese della nostra parte alta ci viene a salutare; anche Secondo il campanaio che ha il suo deschetto da calzolaio dentro il campanile.

Un personaggio magico: batte i tacchi delle scarpe e batte i tocchi delle  campane…

Arrivati a Perugia, vado all’asilo delle Suore dell’Infanzia Abbandonata per qualche mese.

A giugno, alla chiusura dell’asilo, Suor Maria regala una cartolina da appendere a tutti i bambini che andranno a scuola.

A me niente….”Anch’io vado a scuola…”  . “Non è vero!…Tu sei piccola, troppo piccola!….”.

Ricevo ugualmente la cartolina, forse per farmi stare zitta…

Arrivo a casa, la strappo…

Il 1° Ottobre, giorno anche del mio compleanno, vado davvero a scuola, la 1° elementare!…

Milena Balucca

Bosco Suggestivo

Nel “mezzo” del cammin della mia  vita, assieme a una dozzina d’altri, mi ritrovai nel bosco di Collestrada, e con queste foto, volli immortalar la storia assai intrigante e che tanto mi rapprese, d’imperatori, santi e cavalieri, guerrieri dittatori e soldati liberatori.                                                                                                                          

Il Bosco di Collestrada, storie e avventure.

L’appuntamento è al parcheggio del cimitero di Collestrada, e già, si trova proprio vicino al canile. Qui è stato portato il mio pastore maremmano, dopo che è scappato. Ricordo ancora le peripezie, con un amico di Federica (mia figlia), per riportarlo a casa in macchina. Purtroppo “Pancho” ci ha lasciato…, per sempre, e così me lo voglio immaginare, che esplora felice questo bosco.

Pensare che identifico Collestrada con il Centro Commerciale, eppure sono nata a Perugia, ma non ho mai avuto occasione di capitarci, in questa zona. Sono già tutti arrivati. Aspettiamo ancora qualche minuto per permettere agli altri di raggiungerci e poi ci incamminiamo per il sentiero che porta al bosco.

La vegetazione ha l’aspetto tipico dell’inverno che sta finendo troviamo piante di cardi, erica e inoltrandoci sempre più nel bosco, querce, pungitopo, asparagine … ed ecco, ci vengono indicate anche delle tracce di cinghiali, malgrado il bosco sia molto vicino al centro abitato.

C’è un’atmosfera rilassante, come sempre quando si cammina in mezzo alla natura, Antonio vigila su di noi, il percorso è un pò accidentato. I “rumori” che si sentono…, i cinguetti degli uccelli, ma anche le nostre voci, e soprattutto, ascoltiamo con piacere la voce di Sonia, che ci racconta la memoria storica di questo bosco.

Ci narra del tempietto paleocristiano del martire Asclepiodoro, il cui corpo fu diviso in due, ma non c’è traccia del tempio e del corpo, perché i Barbari, scoperto il tempio, lo saccheggiarono e fecero razzia di tutto quello che vi trovarono.

Del “Lazzaretto” di Collestrada, nel quale trovavano rifugio e lavoro molti degli abitanti di Collestrada, ed anche S. Francesco di Assisi. Lazzaretto che fu soppresso dalla Chiesa con Papa Paolo III.

Attraversato il bosco, scopro che si vede in lontananza il Monte Subasio,  e ascolto la narrazione degli episodi di guerre che si disputarono, tra le famiglie nobili di Assisi e Perugia per contendersi queste  terre che stiamo percorrendo. Guerre che hanno visto combattere il “nostro” S. Francesco, e che dopo la prigionia, lo hanno portato a cambiare la propria vita.

E poi ancora, delle guerre tra i famosi condottieri Malatesta e Braccio Fortebraccio, e del fatto quest’ultimo diventò Signore di Perugia, perché conosceva meglio il territorio e organizzò l’esercito adottando una strategia che risultò vincente.

Proseguiamo il nostro cammino, scoprendo una collina caratterizzata da una fila di alberi di dimensioni diverse, che la rendono veramente graziosa, è la zona di Brufa.

E ancora, scopriamo che sotto lo stradone che stiamo percorrendo, sono stati messi dei ciottoli dai tedeschi, che hanno usato il bosco come luogo di accampamento e nascondiglio delle armi. Dell’aereo inglese caduto nel bosco.

Insomma, storie raccontate da persone che hanno vissuto in quei periodi, ma le tracce di questi avvenimenti, non sono a noi visibili.

Ed ecco un altro dei segnali che strada facendo abbiamo incontrato, che indicano il nome dei sentieri, questo ha su scritto, “il Fosso dello Sbirro” ed è legato alle leggende che raccontavano dei cunicoli sotto il bosco, che congiungevano le proprietà delle case coloniche al paese. Cunicoli riaperti all’epoca della guerra, per i civili.

Mentre mi immaginavo le vicende narrate e i diversi personaggi che sono stati ospitati da questo bosco, venivo riportata alla realtà, dalle tracce delle persone incivili che continuano a considerarlo, una “discarica”.
Questo mi rattrista tantissimo, significa che non abbiamo ancora acquisito quella responsabilità civile, che ci dovrebbe dare la consapevolezza che l’ambiente che ci circonda è il Nostro, che il male che facciamo al nostro ambiente, lo facciamo a noi stessi e ai nostri figli.

Ma non mi voglio far sopraffare da questi pensieri, voglio concentrarmi sulle sensazioni positive che questa esperienza mi ha trasmesso, è stata veramente piacevole interessante e rilassante.

Grazie a Sonia e Antonio, e a tutti i compagni di avventura.

Paola Mancini

Uccellini canterini

 

Quando sono arrivato in Italia nel 1974, dovevo regolarmente chiamare il mio fratello in Inghilterra, e ciò la sera dopo che lui era tornato dal lavoro.

Il telefono pubblico più vicino si trovava alla fattoria dei vicini. Allora si doveva chiamare l’operatore e prenotare la chiamata dandogli il proprio numero e il numero che si voleva chiamare. Poi si doveva aspettare la richiamata dell’operatore. Qualche volta per questa procedura ci voleva più di un’ora e mezza

Dopo la mia terza chiamata, la famiglia insisteva che cenassi con loro e io, molto contento, accettai.

Un amico inglese mi aveva raccontato di come era stato invitato a cena dai suoi vicini, che gli avevano offerto degli uccellino sullo spiedo come specialità. Lui aveva rifiutato l’offerta perchè l’idea di mangiare degli uccelli canterini è orribile per un inglese.

Una sera avevo accettato come altre volte l’invito a cena e mentre stavo aspettando la mia telefonata, notavo che le cose che stavano girando sugli spiedini sopra il fuoco, sembravano proprio i temuti uccellini  cantarini. Servivano la pasta e poi il pollo arrosto e con un sospiro di sollievo pensavo ch,e dopo tutto, non dovevo mangiare questi poveri  uccellini. A questo punto la nonna si alzò, prese uno spiedino dal fuoco, tirò giù due uccellini e gli pose sul mio piatto con le parole: MANGIA, GIOVANNI, MANGIA! Non si poteva rifiutare!

Fu una delle cose più gustose che ho mai mangiato…

John

“Macchia de Colle” crocevia di storie e di avventure

Si narra che il bosco di Collestrada e i suoi abitanti abbiano visto camminare per i suoi sentieri briganti, santi e imperatori ed oggi anche noi alla ricerca  di indizi e testimonianze che ci faranno sentire per un po’ parte della storia stessa.                          Ho creduto opportuno di lasciare il compito difficile di raccontare le gesta di questi personaggi ai miei compagni di avventura certamente più bravi e precisi di me.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         Vorrei invece soffermarmi  a descrivere l’emozione che  ho provato nel percorrere quei sentieri storici calpestando foglie secche e fango circondata da alberi spogli e arbusti che facevano da cornice al paesaggio.             Scopro con stupore di sentirmi libera, libera dai problemi quotidiani che la vita ci regala con generosità.                                 Ci siamo fermati in un punto aperto dove si scopre un panorama bellissimo fuori da ogni inquinamento, il cielo azzurro, il sole che ci riscalda, la lieve brezza mattutina, e in lontananza il Monte Subasio si mostra a noi ancora innevato.                 La nostra camminata prosegue, mentre a tratti ci fermiamo per ascoltare la storia del bosco e dei suoi personaggi raccontata dalla nostra professoressa Sonia con passione e semplicità, sentendo le imprese di Braccio Fortebraccio, di San Francesco, dei contadini alle prese con i briganti del posto, di guerre, della ritirata dei tedeschi, di uno sbirro sfortunato, dei cunicoli che proteggevano gli abitanti del posto, vivo tutto questo come in  un film di cui mi sento protagonista.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   All’improvviso il volo libero  di un falco cattura la nostra attenzione, mentre una timida farfalla volteggia intorno a noi.    Proseguiamo il nostro cammino per raggiungere il punto di partenza, cerco di immaginare il bosco in primavera con i suoi colori, con il canto degli uccelli e perché no anche delle cicale, dei vari insetti che popoleranno il paesaggio.                 Questa passeggiata di oltre due chilometri finisce qui, torno a casa serena pronta ad affrontare un’altra avventura.         Ombretta  Ortica

La macchia di “Colle”

 

Da sempre ho sentito parlare, ad esempio anche da mio padre, della macchia di colle  come una zona per andare in cerca di funghi e asparagi, credo lui stesso ci fosse andato a volte in compagnia di amici,  mentre io non avevo mai messo piede all’interno del bosco.

Con il gruppo del corso Ahead martedì 10 marzo abbiamo fatto una piccola escursione che mi ha permesso di scoprire quanto questo bosco sia ricco di storia. All’interno dell’area ci sono diversi sentieri che nel corso del tempo, ritengo gli abitanti del posto, hanno chiamato con vari nomi, tra cui ho memorizzato “la Polveriera”, “La strada del metano”, “La rogaja” e “Lo stradone” quest’ultimo da noi percorso credo per 6/700 metri  alla fine della camminata e che ho saputo fu tracciato e acciottolato dai Tedeschi all’epoca della Seconda Guerra Mondiale e che tuttora è percorribile ed è tenuto in qualche modo in essere.

Inoltre da un punto del  nostro percorso si gode di un panorama che arriva fino ad Assisi e al Monte Subasio che però abbiamo poco percepito a causa della foschia sebbene fosse una bella giornata di sole con il biancospino che stava  iniziando la sua fioritura.

Aurora Tosti

Storie per ricordare – la strage di Falzano

Vivendo nella montagna Cortonese, non si può fare a meno di sentire delle storie brutte sull’ occupazione nazista della zona e sui atti di guerriglia di diversi gruppi di partigiani. Abbiamo anche sentito che la nostra casa, per un certo periodo di tempo, fu la sede principale dei militari tedeschi. La casa è situata a pochi metri della provinciale Cortona – Città di Castello, asse importante per il transito dei tedeschi. Nella nostra montagna si sono svolti tanti scontri tra partigiani e tedeschi, con morti, feriti, auto e ponti distrutti. Le rappresaglie dei tedeschi furono sempre terribili.

Il paese più colpito fu Falzano, a 5 km da noi. Lì, per vendicarsi di due soldati morti in un agguato, i soldati tedeschi uccisero un giovane, Ferdinando Cannici, che incontrarono sulla strada e bruciarono la sua casa. Poi, la mattina seguente, il 27 Giugno 1944, un centinaio di soldati tedeschi avanzò a largo raggio con i mitragliatori, incendiando e bruciando tante case coloniche ed sparando a qualsiasi persona che si trovava nel mezzo della lora avanzata. Furono uccisi una vecchia, un coltivatore e un uomo  che trovarono per caso nei campi. Poi sequestrarono 12 uomini, le rinchiusero nella casa dei Cannicci, già incendiata la sera prima, misero gelatina e la fecero saltare in aria. Bruciarono tutti vivi salvo uno che sopravvive. Dopo si accanirono ancora sulla chiesa e distrussero anche quella completamente con esplosivi.

Soltanto nel 2004 i due responsabili della strage, ormai già ottantenni, furono trovati e condannati all’ergastolo.

Oggi c’è un monumento commemorativo al posto dov’era la chiesa e ogni anno si svolge un incontro con la cittadinanza e il sindaco per non dimenticare le storie tremende della guerra.

Sabine

 

 

 

Bosco di Collestrada crocevia di storia e avventure

Per la prima volta in vita mia sono entrato nella macchia di Collestrada.

Non potete immaginare quanto piacere ho provato nel sentire il rumore delle foglie di quercia che calpestavamo, il profumo della piante e di aver arricchito la storia di Collestrada che conoscevo solo in parte.

 

 

Ho visto tante specie floristiche: dalla quercia, al cerro, al leccio, il ginepro, il biancospino … e nel sottobosco l ‘asparagina, il pungitopo ecc.

 

 

All’interno troviamo tanti sentieri”lo stradone”,”la strada del metano”,”le bighe delle bombe”ecc.

Collestrada ha una lunga  storia che va’ dagli Etruschi fino all’ultima guerra mondiale in quanto punto strategico e importante arteria di collegamento.

Nel terzo e quarto secolo D.C. fu’ ritrovata un’urna funeraria Etrusca raffigurante la morte di Tullio ai piedi del campanile e due urne di terracotta di epoca romana.

Purtroppo non rimane nessuna traccia del tempietto dove veniva conservato il corpo di Asclepiodoro, grazie al barbaro imperatore Ottone Primo che insieme ai suoi servi venne ha fare una battuta di caccia,portando sia il corpo che il tempietto.

Collestrada ha visto tante battaglie fra Perugia ed Assisi che la contendevano per la sua strategica posizione,in una di queste battaglie fu fatto prigioniero Francesco divenuto poi Santo e di conseguenza Assisi dovette sottomettersi al comando di Perugia.

Nell’ultima guerra mondiale i tedeschi vi nascosero delle armi e munizioni che poi fecero saltare all’arrivo imminente  degli Inglesi.

Qui si trovano vari cunicoli che servivano ai residenti del villaggio per nascondersi dal nemico.

Anticamente era anche famosa per il suo Lazzaretto che ospitava dei lebbrosi e molti paesani si rifugiavano per non cadere in mano al nemico.

Alla fine della grande guerra venne fondata una colonia che ospitava orfani di guerra ed io personalmente ne ho conosciuti due, perché tutte le domenica da Collestrada venivano a Ponte San Giovanni accompagnati dai loro  istruttori al cinema Fiammetta.

Concluso il tour anche se un pochino stanco ero contento di aver passato una bella mattinata piena di sensazioni e di aver appreso nuove storie.

 

Vittorio Cambiotti

Ricordi di un bambino di 5 anni

Sembra strano che un lontano ricordo di un bambino di 5 anni sia rimasto nella sua mente fino a tarda età, ma certe cose accadono, mentre il ricordo di altri avvenimenti, anche più vicini e più eclatanti, svaniscono.

Sono nato nel 1939, il 19 agosto,   i primi ricordi,  intorno ai 5 anni,  sono legati  agli avvenimenti di un giorno funesto,  per la comunità del mio paese:  “Pratantico” una frazione alla periferia di Arezzo ad appena 3 km.  dalla città. La data il 19 marzo 1944.

Il paese è  costituito da un gruppo di case disposte lungo la strada statale n° 69 che collega Arezzo con Firenze, attraversando il Valdarno. Alcune case sono antiche proprietà ottocentesche di famiglie di possidenti agrari altre di case di lavoratori. Alle spalle delle case si estendono i campi coltivati dai contadini. Il paese è prossimo anche al  “Canale della Chiana” che confluisce, poche centinaia dopo, nell’Arno, in quell’ansa che,  venendo dal Casentino,  il fiume forma per rivolgere il suo corso verso Firenze e quindi (come dice Dante) volge le spalle ad Arezzo.

Il canale fa parte della bonifica della Val di Chiana voluta nel 1700 dai Lorena per bonificare una vasta zona paludosa che andava da  Fabro ad Arezzo (in età romana a Fabro fu realizzato un enorme sbarramento che impediva alle acque della val di Chiana di riversarsi sul Tevere, evitando le alluvioni a Roma. Risultato tutta la valle a monte si impaludò).

 

 

Il canale maestro della Chiana in prossimità di Pratantico scorre in un alveo naturale molto incassato le cui sponde distano circa 300 mt. Per superare questo sbarramento in modo rettilineo nel 1932 fu costruito,  dall’allora regime, un ponte di 14 arcate, lungo 300 mt. e alto circa 50 mt. Un esempio di ingegneria avanzata per l’epoca. Gli fu dato il nome di “Ponte di Pratantico”. A questo ponte aveva lavorato, appena ventenne, anche mio padre come manutentore di una teleferica necessaria alla costruzione.

 

Retrocediamo nel tempo ai  primi mesi del  1944, l’esercito tedesco era in ritirata spinto dalle forze alleate che stavano risalendo la penisola, ma nei pressi di Arezzo il fronte si fermò e la guerra fu devastante.  Quasi ogni giorno gli aerei alleati bombardavano Arezzo e dintorni e si accanivano  particolarmente per centrare e distruggere il Ponte di Pratantico,  per interrompere l’importante via di comunicazione:  70 volte ci provarono senza mai colpirlo.

All’arrivo degli aerei suonavano le sirene d’allarme e la popolazione, non avendo rifugi dove ripararsi, si allontanava dalle case disperdendosi nei campi coltivati.

Finito l’allarme tutti rientravano in paese.

Il giorno di S. Giuseppe 1944  a mezzogiorno circa,  si udirono le sirene di allarme.

Il ricordo di me bambino comincia da quel giorno di festa, mio padre  Esquilio, aveva rimediato per il pranzo della trippa di maiale (era una cosa rara, i generi alimentari non si trovavano) e mia madre Sofia,  la stava cucinando in un tegame, sul fornello a carbone.  Ho ancora nitido il ricordo del tegame sul fornello con la trippa in umido, tagliata a striscioline.

Mio padre mi prese in braccio e corse via, allontanandosi dalle case. Mia sorella, 8 anni più grande di me, e mia madre erano già fuggite. Assieme a noi correvano anche i nostri vicini, in particolare la famiglia Rossi, il padre aveva in  braccio sua figlia, la piccola Rita di 4 anni. Mentre  tutti correvano si sentivano i rumori degli aerei ad alta quota, il rumore si attenuò e si videro  luccicare in aria i cosi detti “spezzoni”, bombe distruttive lanciate per demolire il ponte.

Questa volta i bombardieri avevano fallito clamorosamente il bersaglio,  le bombe erano state sganciate non in prossimità del ponte, ma oltre il nostro paese, proprio nel punto che  gli abitanti ritenevono  sicuro e dove si erano diretti.

Nel cadere a terra le bombe avevano formato dei grossi crateri del diametro di circa 10 mt. facendo sollevare verso l’alto grandi quantità di terra, che poi ricadeva al suolo in forma di zolle.

Quando mio padre vide cadere dal cielo le bombe si buttò a terra e mi coprì con il suo corpo, perciò non vidi  le bombe cadere, ma il mio braccio che stava attorno al collo di mio padre, rimase scoperto e sentii i colpi delle zolle di terra  che lo colpivano. Finita la grandinata di terra ci rialzammo e i grandi si chiamavano l’un l’altro per constatare eventuali feriti.

Noi non c’eravamo fatti niente, ma mia madre e mia sorella non rispondevano ai richiami. Dopo un po’ mia sorella giunse di corsa piangente dicendo che aveva corso tanto che era arrivata oltre la zona dove erano cadute le bombe, ma mia madre non si trovava. Infine sentimmo i suoi lamenti, da un fosso  poco lontano, dove si era gettata, ma un albero le era caduto sule spalle imprigionandola nel fosso. Con l’aiuto di altri fu sollevato l’albero e tolta mia madre dal fosso.  La caduta del’albero le aveva procurato delle ferite e forse anche delle rotture ossee, per cui non poteva muoversi.

Poco lontano una ragazza era in stato di choc per la paura e piangeva dirottamente. I paesani che non avevano subito ferite cominciarono a cercare coloro che mancavano, molti erano stati ricoperti dalla terra sollevata dall’esplosioni, e con mezzi di fortuna erano stati liberati dal peso della terra. Mancava solo la famiglia Rossi. Tutti affannosamente cercavano di individuare dove fossero sotterrati e dopo un po’ fu individuato il punto dove era la madre, poi il padre. Ambedue erano carponi contro terra ed erano riusciti comunque a respirare. Benché contusi erano in buone condizioni.

La piccola Rita non si trovava, era in braccio al padre, ma nel cadere gli era sfuggita  e non si capiva in che direzione fosse. Scavarono tutto intorno  dove era prima  il padre ed alfine la trovarono. Era con il volto verso il cielo, la terra l’aveva ricoperta abbondantemente e le aveva impedito di respirare, così era morta d’asfissia. Fu l’unica vittima di quel bombardamento.

Per mia madre occorrevano soccorsi. Ricordo che fu portata a braccia fin sulla strada statale e dopo non so quanto tempo giunse un’ambulanza che portò via lei e la ragazza piangente verso l’ospedale.  Allora non lo sapevo, ma l’ospedale non si trovava più ad Arezzo, occupata dai tedeschi e soggetta a bombardamenti,  ma a Laterina a circa 20 km. da noi in una villa trasformata in ospedale. Nelle ore successive rientrammo in casa a verificare i danni. Lo spostamento d’aria delle bombe aveva fatto tremare le abitazioni e in cucina erano caduti dei calcinacci dal soffitto, il tegame con la trippa era sempre lì, ma pieno di calcinacci.

Il ponte  fu minato tutto dai tedeschi durante la ritirata.  Alcuni coraggiosi riuscirono a disinnescare  buona parte delle mine, ma non tutte e l’arco maggiore della luce di 30 mt. e alto 50 venne demolito dall’esplosione. L’arco fu ricostruito nel  nel dopoguerra.

 

Nel 2012  ricorrendo l’80° anno della sua costruzione fu fatta una manutenzione straordinaria dell’intero ponte e sulla sede stradale all’inizio del ponte fu rinvenuta una bomba inesplosa da 200 kg.

Finiti i lavori di manutenzione il ponte di Pratantico è stato di nuovo inaugurato con una cerimonia pubblica ed il taglio del nastro è stato affidato alla sig. Maria Rossi novantenne (nipote di Don Benedetto, vecchio prete del paese di quando ero ragazzo),  in quanto più vecchia testimone delle vicende del Ponte di Pratantico

Graziano Galletti

Nel covo dell’insurrezione

Oggi mi trovo in Cilento per necessità di lavoro, sto seguendo per Le Mat il terzo meeting internazionale del progetto Ahead, un progetto di storytelling di viaggio che vede coinvolta la speciale tribù dei viaggiatori “seniors” come ci siamo abituati a chiamarli fra i partners di progetto…un lavoro molto interessante e creativo.

Trascorrendo qui questo tempo sempre insufficiente per conoscere bene un luogo, sono riuscita ugualmente a rimanere ispirata da una storia che ci ha raccontato Angela Riccio, nostra mentore in questi giorni in Cilento, e che questa mattina all’alba ho provato a ricercare nel paesaggio di Torchiara. Torchiara è il borgo in cui mi trovo, una piccola comunità che ha dato il suo importante contributo ai moti insurrezionali del 1848.

I frequenti passaggi di proprietà da un feudatario all’altro sono la causa degli eventi rivoluzionari che presero vita in questo angolo della baronia del Cilento.

Angela ci dice che Torchiara è definita anche come terra dei Baroni decollati, nel senso che questi animi coraggiosi provarono più volte  a ribellarsi all’egemonia dei Borboni senza riuscirsi lasciandoci la vita in malo modo: decapitati per l’appunto.

Andando alla ricerca di qualcosa che mi testimoniasse questa storia, ho trovato molti dettagli che mi hanno emozionato e che ho cercato di catturare in modo indegno. Ho provato anche a dedurre il nome di questi Baron decollati e penso che qualcuno posso averlo intuito dai loro emblemi…

Tanti segni dell’ascesa e del declino di queste famiglie nobiliari che possono attivare la fantasia di molti…e che tracciano un interessante percorso nella storia di questo luogo.

Guardate ….

 

CADORE – UNA SCELTA CHE PREMIA I VIAGGIATORI….un racconto di Monica Argenta

Viaggiare è una scelta, sempre e comunque. Si può stare tranquilli, agitati, silenti o comunque fermi ,anche e soprattutto a casa propria.

Non è forse un diritto stare dove nasciamo e cresciamo!?

Un diritto naturale, concesso ad ogni essere vivente?!

In realtà, non è così: per l’homo sapiens sapiens viaggiare e migrare diventa una necessità, dalla notte dei tempi. Il vento, la pioggia, il freddo, il caldo muovevano la gente nel lontano passato. Da secoli oramai politica, economia e mercato sono diventati il principale motore degli spostamenti umani verso terre migliori, più ricche, o semplicemente più amene.

Molto bello e interessante riguardo al fenomeno migratorio in senso ampio ci arriva da Cadore.

Un territorio che per anni si è battuto nel farsi riconoscere dalla Regione Veneto come “svantaggiato”, che ha vissuto lo spopolamento tipico delle aree alpine, che ha la fama di “luogo chiuso” ora invece ritrova la dignità e la capacità di accogliere viaggiatori “speciali”.

E ce ne per tutti i gusti: pescatori di trote da tutt’Europa, veri amanti della montagna provenienti da ogni angolo del mondo, tedescofoni ciclisti . E non solo.

 

Bello e sorprendente è che tra i viaggiatori che approdano nel Cadore ci siano anche una decina di profughi africani affidati alla cooperativa Cadore, da qualche anno impegnata a livello locale nello sviluppo di forme di ospitalità ecosostenibili .

Quattro dei ragazzi, da Senegal, Camerun, Giunea Bissau e Rep. del Mali sono accolti dal Comune di Perarolo, nel palazzo un tempo dimora estiva della Regina Margherita mentre altri sei, tutti maliani, risiedono in una piccola borgata di Valle di Cadore, in casa di Fabio che nulla ha da invidiare alla residenza regale degli altri.

Guardate il servizio di Rai 3 Veneto e Rai News 24.

http://www.cadorescs.com/il-cadore-accoglie-i-rifugiati/

Considerato che la Cooperativa Cadore è parte del circuito Le Mat, e che quindi ne condivide fondamentalmente le linee, di sorprendente non vi è nulla: includere, condividere e restituire valore alla comunità, divengono principi cardini di questo genere di accoglienza, sia se si tratti del turista europeo in vacanza, sia se si tratti di profughi africani. Con lo stesso spirito la Cooperativa Cadore intende infatti rendere costruttivo e proficuo il soggiorno dei suoi “viaggiatori”.

Anche i profughi quindi vengon considerati come possibilità e risorsa, certamente non da sfruttare a breve termine per via degli aiuti governativi, ma da integrare nella comunità e partecipare attivamente al benessere collettivo. Dunque, nel caso specifico, pur consapevole dei traumi e delle difficoltà sperimentate da questi giovani, la Cooperativa ha scelto di impiegarli come volontari nelle opere di manutenzione del verde dei rispettivi Comuni. Questa piccola ma importante attività, svolta part-time e su base volontaria, ha il beneficio di render loro più visibili, permetter agli abitanti locali di ritrovare nel loro operato quei valori condivisi che aprono le porte ad un vero dialogo, favorire una reciproca conoscenza.

Certo, a volte occorre un piccolo sforzo linguistico e culturale da entrambe le parti per capirsi e concordarsi. Ma la coesione tra persone e territorio che si instaura così facendo è più veloce, concreta e vera di tanti discorsi retorici, spesso solo pensati o scritti, che caratterizzano e testimoniano il contrario.
Ricapitolando: viaggiare è una scelta, così come ospitare è una scelta.

Forse solo chi ha una lunga tradizione di migrazione può comprendere bene il concetto di ospitare o, forse semplicemente, il Cadore è meta da scegliere!

Come ci racconta anche TERESA LA VIAGGIATRICE LE MAT  e  Euronews

Ischia Casa della Vela…perchè!


E una mattina decidiamo di provare quello che è all’origine del nome che i proprietari hanno dato a quest’albergo: contattiamo Luisafrancesca,  responsabile dell’associazione di vela Solidale Un Ponte nel Vento che ha sede qui, skipper sulla sua barca “da corsa” che condivide con il fratello Andrea, conosciuto per i suoi due giri del mondo in regata e l’attività velica da professionista. Ci diamo appuntamento alle 12,30 alla biglietteria SNAV di Casamicciola : “in estate il Maestrale si alza
in tarda mattinata , primo pomeriggio” ci viene spiegato “ed è il nostro carburante preferito”. Tutto sommato va bene: inizio pigro di giornata, colazione, giornale, optiamo per affidare la responsabilità del pic nic a chi ci condurrà.
 

 La barca è un 11 metri, aspetto sportivo, essenziale ma comoda e accogliente. Superata la passerella la troviamo già pronta a mollare gli ormeggi e non siamo costretti a sostare sotto al sole.

Breve briefing sulle norme di sicurezza e i ruoli in barca e usciamo: siamo in
quattro più la conduttrice e un aiuto. Ci viene spiegato come possiamo essere utili e con calma mettiamo la “prua al vento” e issiamo la vela principale, arancione, visibilissima. La barca già accoglie il vento sulla tela mentre ci si prepara a issare la vela davanti, il “Genova”: magicamente eseguendo le azioni richieste, tirando , mollando cose dai nomi che gradualmente impariamo la barca si piega leggermente, il motore viene spento e …difficile spiegare la sensazione di leggerezza, libertà, incanto che proviamo muovendoci silenziosamente  con il solo rumore dello sciabordio dell’acqua sullo scafo, del passaggio dell’aria sulle vele. Per qualche istante c’è il silenzio, ascoltiamo, sentiamo e guardiamo una terra
stupenda vista dal mare: verde, vellutata tra l’azzurro chiaro del cielo e il blu carico del mare. Portiamo con noi intensa questa emozione prima di tutto e poi l’eccitazione delle manovre di virata, il piacere di cominciare a capire dove mettere le mani, il clima di amicizia che si crea dopo la prima manovra fatta insieme e poi il tuffo nelle acque splendide dietro l’isolotto di Vivara, l’ottimo pic nic all’ombra del tendalino, il ritorno di “bolina”, le manovre per ammainare le vele prima di rientrare in porto: da qualche parte è scritto che “In mare la felicità è una cosa semplice”…vero! 

Viaggiatori Le Mat a Ischia…raccontano.

Ho trascorso una settimana ad Ischia in compagnia dei miei figli ospite a Ischia Casa della Vela.

Ho imparato a conoscere i protagonisti dell’accoglienza Le Mat a Ischia, li ho osservati discretamente intenti nelle loro azioni quotidiane, li ho ascoltati parlare lasciandomi contagiare dal suono e dal ritmo della loro intonazione che amo così tanto!

Ho incursionato l’isola in lungo in largo, spesso fuggendo dalle folle, spesso riuscendoci, spesso trovandomici proprio in mezzo.

Ho seguito i consigli di Tania ed Emanuela, ho letto libri e guide, spulciato un pacco di brochure, consultato abbondantemente il web…fatto 540 scatti e una media di 8-10 km a piedi al giorno…e il giro dell’isola in autobus 1 o 2 volte al dì.

Ho vissuto il mare con molto rispetto, ho “sciupato” la montagna…con cui ho molta più confidenza!

Ho mangiato delle cose buonissime, bevuto le premute di limone più dolci del mondo…ho fatto conoscere tante storie ai miei figli…e anche qui le voglio raccontare! Sonia

 

 

Escursione a Piano Liguori a conoscere la vera vocazione dell’isola: molto più contadina che marinara.

 

 

 

 

 

Con le tasche piene di sassi…storie per appassionati di geologia.

 

 

 

 

 

E’ stato l’Epomeo a mettermi le montagne nei sonni

 

 

 


In principio c’era solo un caos oscuro e ventoso…miti e leggende su Ischia.

 

 

 

 

 Arrivavano i pirati! Castelli, torrioni e fortificazioni per difendersi. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


CASA MARTINO – un nuovo LE MAT a BOLOGNA

Una bella inaugurazione a Casa Martino!

Dopo mesi di lavoro, preparativi e attesa finalmente il 22 maggio abbiamo festeggiato l’inaugurazione del nostro Affittacamere, Casa Martino, situato a Bologna in una zona residenziale verde e tranquilla, a due passi dalla centro storico.
La festa è iniziata verso le 17, anche se per fortuna qualcuno della cooperativa si è presentato prima, trasformando la tensione dell’attesa in gioia!


Piano piano l’appartamento si anima e noi ci prestiamo a fare da “ciceroni” con amici, parenti e conoscenti. Li abbiamo guidati in un tour dell’appartamento e abbiamo mostrando loro la stanza destinata ai viaggiatori.
Tutti ci fanno i complimenti per come abbiamo sistemato casa, per la bella zona in cui si colloca, per la festa…

insomma riceviamo la conferma fondamentale del bel lavoro che abbiamo fatto in tutti questi mesi, oltre del fatto che anche altri credono insieme a noi a questo progetto!!
Nel momento più vivo della festa c’è stato un brindisi di buon augurio, tutti gli ospiti hanno alzato i calici e brindato a Casa Martino, a noi che ospiteremo e alla nostra cooperativa.

E’ stato bello condividere questo momento con tutte le persone care…e un modo veramente speciale di iniziare questa avventura! E ora… al lavoro!!!

QUI TROVATE TUTTE LE INFORMAZIONI PER VENIRE DA NOI!

http://www.lemat.it/it/i-nostri-affiliati/Utente-Articolo/4-le-località/243-Casa+Martino/245-casa-martino-in-bologna

Una casa e una cooperativa… accoglienza e ospitalità Le Mat a Ischia – Casamicciola?

A volte i viaggi arrivano quando non te lo aspetti e forse sono i viaggi più belli! Così è capitato a noi di Le Mat nel mese di marzo. Una chiamata da Dedalus, una bella cooperativa sociale che conosciamo per il bellissimo lavoro di accoglienza che fanno per le persone e per Napoli una città aperta…

Ci hanno fatto una proposta, a Ischia, La casa della vela , abbiamo bisogno di capire se il lavoro nel turismo è fatto per noi…se il luogo va bene…” E così ci mettiamo in viaggio. 

Li incontriamo a Napoli, Giacomo e Tania, e grazie alla lentezza del viaggio sul traghetto riusciamo a raccontarci tante cose…loro conoscono Le Mat e noi veniamo a sapere cosa vorrebbero fare.

Arrivati a Ischia ci accoglie Francesca. Ci racconta subito della Vela Solidale e del fatto che abbiamo amici in comune, della sua Associazione Un ponte nel Vento…Arriviamo presto a Casamicciola e da lontano si individua la CASA DELLA VELA. 

Una bella casa costruita negli anni ’60 del secolo scorso dal nonno di Francesca e Andrea. Dopo la morte del padre loro con l’aiuto di Kate hanno curato l’albergo fino a quando potevano ma non è il loro mestiere e vorrebbero trovare chi lo gestisce ma con i valori che loro riescono a condividere. E così hanno cominciato a parlare con la cooperativa DEDALUS.

Giacomo e Tania vogliono sapere come possiamo aiutare, cosa pensiamo noi che un po’ ci intendiamo di questo mestiere. E noi li raccontiamo…delle difficoltà quasi sempre strutturali, dell’organizzazione che ci vuole e dei grandi piaceri di accogliere. Loro lo sanno, accolgono anche loro, viaggiatori provenienti da lontano che cercano di costruirsi una nuova vita. Ci lasciamo dopo una giornata di lavoro e un accordo: ognuno costruisce la sua squadra e ci reincontriamo per fare il progetto.

E così il 20 marzo ci troviamo tutti alla CASA DELLA VELA – i soci di DEDALUS, gli esperti LE MAT e Francesca, Kate e Andrea. Dopo una presentazione dei tanti convenuti – CHE BELLA GENTE!!!!! –  ci dividiamo in gruppi per progettare come rimettere in sesto la casa, come organizzare il lavoro, come rendere accogliente il tutto, quali prodotti turistici sviluppare.

La squadra di DEDALUS è stupenda: veloci, organizzati…tante esperienze…tante nazionalità….Nathalie che viene dall’Ucraina, lassaad dalla Tunisia, Maria Francisca dal Perù…tante lingue… viaggiatori anche loro, mediatori culturali.

Elena, Giacomo, Tania con saggezza cercano di organizzare questo passo difficile della cooperativa.

Andrea, Kate e Francesca ci aiutano a capire sono le magagne, a cosa bisogna prestare attenzione.

Antonio di Le Mat analizza i siti, parla dei racconti, del prodotto, Angelina Domina di Le Mat coordina il gruppo che deve fare in modo che a Pasqua si possa aprire…

Saverio Ciaccio, l’architetto di Le Mat gira fra le camere, sulle terrazze, nei sotteranei…guarda, fotografa.

Eleonora sarà la direttrice…un sorriso stupendo (come quello di Kate) e tanta attenzione.

Siamo in molti, non ci conosciamo ma il lavoro procede con facilità: c’è stima, rispetto, attenzione…la voglia di riuscire in un progetto ambizioso.

Alle 17.00 corriamo per prendere l’ultimo traghetto….una giornata stupenda! Piena di energie positive! 

Gli imprenditori sociali esistono, ora ne sono di nuovo certa!

E potrete incontrarli, nell’esercizio del loro mestiere più antico, l’accoglienza:

a CASAMICCIOLI, a ISCHIA, alla CASA DELLA VELA!

via Don Orione 10  80074 Casamicciola Terme

mail: info@ischiacasadellavela.it

Da PASQUA 2014 ….PRENOTATE!

UN BEL VIAGGIO! Grazie DEDALUS!

 

Arance di Sicilia

Nell’entroterra della Sicilia occidentale fra le località archeologiche di Segesta e Selinute, in prossimità di Gibellina vivono i nostri amici Le Mat: Antonino e Franca Gucciardi. Molte volte vi abbiamo raccontato di loro e della loro ospitalità rurale alle Case Zaccanelli.

Quest’anno hanno avuto una eccezionale produzione di arance!

Antonino ci racconta, che ha sperimentato una particolare tecnica di coltivazione condotta al naturale: il sovescio.  Si tratta di una sorta di concimazione vegetale, si pianta il favino ai piedi delle piante di arance e poi quando le piantine di favino sono in fiore, si arano provocandone la triturazione e l’ interramento. Questo rende più fertile e ricco di azoto il terreno, risultato: un’ottima produzione!

Antonino vende le sue arance ad un prezzo, compreso trasporto, di circa € 1,60 al Kg. Tempo per il trasporto due giorni.

Nelle cassette, fatevi aggiungere qualche vasetto di marmellata delle stesse arance, noi le abbiamo degustate quando abbiamo trascorso la nostra vacanza da loro: sono eccellenti,  per i bambini  il meglio che si può avere, sia le arance che la marmellata del contadino!.

Potete mettervi in contatto con Antonino, direttamente,  oppure attraverso Le Mat! Vi garantiamo che acquisterete prodotti veramente genuini!