“È sbagliato ricostruire così”

http://www.eddyburg.it/article/articleview/13621/0/359/
Autore: Erbani, Francesco

Fedeli all’ideologia urbanistica di Milano2 e dal “piano casa” distruggono L’Aquila e il sistema urbano dell’Abruzzo. La Repubblica, 7 agosto 2009

Lo studio di Vezio De Lucia sul centro storico e sui guai provocati dai nuovi insediamenti. – Un libro di Giovanni Pietro Nimis, che curò il recupero dei paesi distrutti in Friuli nel 1976

L’Aquila aveva 54 mila abitanti nel 1951. 72 mila il 6 aprile scorso, quando fu distrutta dal terremoto. Nello stesso arco di tempo in cui la popolazione cresceva del 25 per cento, il suolo urbanizzato è esploso: da 590 a 3.100 ettari, oltre il 500 per cento in più. Sono numeri che impressionano, ma non diversi da quelli di altre città italiane. Con i nuovi quartieri previsti dal piano di ricostruzione – 20 insediamenti per 15 mila persone, 3 mila a settembre e il resto a novembre – questo meccanismo di una città che deborda e invade il territorio è in qualche modo programmato, viene stabilizzato. Risorge l’idea delle new town, molto criticata dalla cultura urbanistica quando Silvio Berlusconi ne parlò. «Invece che una, di new town ce ne saranno 20», dice Giovanni Pietro Nimis, l’urbanista che fu artefice dei piani di recupero di Gemona e Venzone, due dei principali comuni friulani distrutti dal terremoto del 1976 e la cui rinascita è spesso indicata come esemplare.

Nimis ha scritto un libretto, Terre mobili. Dal Belice al Friuli, dall’Umbria all’Abruzzo (Donzelli, pagg. 110, euro 14, introduzione di Guido Crainz), che confronta i diversi modelli di ricostruzione, addebitando a quello abruzzese il ritorno a un usurato centralismo – tutto nelle mani della Protezione civile – che risale alla fallimentare vicenda del Belice. Spiega Nimis: «I nuovi villaggi mescolano emergenza e ricostruzione e creano una situazione malata, che sembra solo voler stupire con promesse capaci di vincere le ragioni del tempo e dello spazio, cancellando l’esperienza del Friuli e dell’Umbria, dove erano state le Regioni a intervenire, delegando a loro volta ai Comuni».

In Friuli, racconta Nimis, la gente venne alloggiata nelle tende, poi si passò ai prefabbricati e nel frattempo si ricostruirono i centri storici, dov’erano e com’erano – si disse allora. Nessuno però immaginava di resuscitare i nuclei antichi «riproducendo in pochi anni la patina di secoli di storia». Quello slogan aveva anche un sapore terapeutico. «Era un proponimento enigmatico e generico», lo definisce Nimis, «ma nello smarrimento apparve l’alternativa efficace contro le proposte di chi farneticava di città ideali, di rifondazioni ex novo, di trasferimenti altrove».

Nell’inverno furono installati 20 mila alloggi provvisori e dopo dieci anni «nei centri storici erano state recuperate le strade corridoio, le quinte edilizie, le piazze. Com’erano e dov’erano: si fa per dire, perché era comunque scontata l’inautenticità». Progettare divenne una pratica sociale. Sollecitò una partecipazione popolare quasi frenetica. «Per ogni decisione era diventata obbligatoria l’approvazione di assemblee popolari: senza quella copertura i consigli comunali non deliberavano nulla». Erano gli anni Settanta, anni di grande fervore democratico (come sottolinea Crainz). Per Nimis non fu tutto rose e fiori. Per esempio si allargò lo scarto fra lo scopo individuale, richiesto nelle assemblee, di ricostruire le case, e l’interesse sociale di ricostruire le aree pubbliche. Inoltre riproporre tutto impedì di bonificare le aree periferiche cresciute male dagli anni Sessanta. Ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

A L’Aquila la strada intrapresa è diversa. Gli abitanti vengono poco coinvolti e le proteste si moltiplicano. Inoltre dalle tende si dovrebbe andare direttamente in case semidefinitive. Ma che tipo di città prefigurano i 20 nuovi quartieri sparsi nel territorio? È quel che stanno studiando Vezio De Lucia e un gruppo di collaboratori (fra gli altri, il sismologo Roberto De Marco e gli architetti Georg Frisch e Paolo Liberatore), ai quali si devono i dati citati all’inizio sull’espansione della città. «Dal dopoguerra L’Aquila è esplosa in tutte le direzioni formando innumerevoli nuclei periferici», spiega l’urbanista, che dopo il terremoto del 1980 diresse a Napoli la prima fase della ricostruzione. «I nuovi insediamenti frammenteranno ulteriormente la città, con costi drammatici per i collegamenti e per il buon funzionamento dell’organismo urbano».
Nel capoluogo, secondo i calcoli di De Lucia, gli edifici inagibili sono 8.748, molta parte dei quali – 1.855 – nel centro storico. Il che vuol dire 13.258 appartamenti: «È questa la domanda di alloggi espressa dalla popolazione de L’Aquila». Ma le case in costruzione «soddisferanno meno di un terzo di quella domanda».

E nel frattempo il centro storico resta inaccessibile. Italia Nostra ha chiesto che tutto il nucleo antico della città sia vincolato. Ma, insiste De Lucia, nel centro storico «non sono state attuate misure di protezione neanche per tutti gli edifici monumentali. Gli immobili danneggiati sono avviati alla rovina. L’architrave spezzata sulla quale si legge “Palazzo del governo” certifica l’irresponsabile sottovalutazione del recupero». Tutte le energie sono destinate ai 20 nuovi insediamenti. «Nel 2001», continua De Lucia, «circa 9.500 persone vivevano ancora nel centro storico, per cui la dispersione era comunque controbilanciata. Ora non più».

Torna alla memoria il fantasma del Belice (1968). «Fu l’ultimo caso di approccio centralistico», ricorda Nimis. Un modello, ha raccontato l’urbanista Teresa Cannarozzo, che si accostava alle linee generali della politica per il Mezzogiorno, quello fallito delle cattedrali nel deserto. La ricostruzione prevedeva rifondazione di paesi e industrializzazione. I comuni vennero esautorati. Ma dopo dieci anni non era ancora iniziato nulla. I paesi distrutti – Gibellina, Salaparuta, Santa Ninfa – erano compatti, percorribili a piedi. I nuovi insediamenti, invece, misuravano anche tre volte quelli vecchi. Nel frattempo i centri storici marcivano. La grande mobilitazione popolare organizzata da Danilo Dolci e Lorenzo Barbera cercò di fronteggiare una politica ottusa, nazionale e locale. «Ma forse per quella politica c’era persino una giustificazione, non essendoci precedenti modelli», dice Nimis. Ora le esperienze, fallite e riuscite, qualcosa dovranno pur insegnare.

Un pensiero su ““È sbagliato ricostruire così”

  1. Abbiamo letto il libro….davvero interessante e importante!

    Segnalo la bellissima serie di articoli di Paolo Rumiz su La Repubblica, dal 2 agosto al 31 agosto.
    Li trovate tutti sul sito.
    Ecco il primo:

    Viaggio negli abissi del Belpaese
    Repubblica — 02 agosto 2009   pagina 272829   sezione: DOMENICALE
    TRAGHETTO NAPOLI-PALERMO « Ci fu un vento grande e gagliardo, tale da scuotere le montagne e spaccare le pietre, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu il fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu una brezza leggera e, non appena sentì questo, Elia si coprì la faccia col mantello e uscì». La Bibbia, libro primo dei Re, XIX, 11. Notte di mare grosso, scirocco, luci di Sorrento a poppa. Il traghetto Napoli-Palermo arranca tra nubi compatte come montagne. Fulmini ciclamino, verdi, azzurrini; ma sul parapetto,a godersi la luminaria, non c’ è quasi nessuno. Un viaggio nuovo comincia, nell’ Italia degli abissi, dei vulcani e degli antri dove nascono i terremoti. Una storia di terra, acqua e fuoco che stavolta parte dal profondo Sud, il cuore del Mediterraneo. Uno spazio dove forze tremende si confrontano a profondità inimmaginabili. Cinque-seicento chilometri. Più che in California e Giappone, che pure sono le terre più instabili del pianeta. L’ ho sentita, prima di partire, la voce del Profondo, all’ istituto di geofisica e vulcanologia, l’ Ingv di Roma. Un megaschermo con la mappa della Penisola collegato a migliaia di terminali, simile al radar di una nave. A ogni piccola scossa una luce rossa s’ accendeva nel punto giusto del display e un organo modulava le prime note della Quinta di Beethoven. Abruzzo, magnitudo 2,4. Monti della Sila 2,0. Irpinia 1,5. Jonio al largo di Siracusa 1,8. Gli scricchiolii della Terra, diventando musica, disegnavano un itinerario perfetto dalla Sicilia al cuore dell’ Appennino e oltre. La mia strada. A fulgure et tempestate, a peste fame et bello libera nos Domine, a flagello terrae motus libera nos… Pioggia pesante, raffiche, lampi nella spruzzaglia. Dalla burrasca riemergono litanie dimenticate, pezzi di antiche rogazioni contro tempeste e terremoti, e intanto la nave entra rollando nel cuore del Tirreno, tra il quarantesimo e il trentanovesimo parallelo. Nessun’ isola in vista; Ustica e Eolie sono lontane, mentre il ferry buca un grigio sipario ed entra nel monsone. Cosa c’ è sotto questo mare nero? Me lo sono sempre chiesto sulla rotta della Sicilia. Ora so darmi una risposta. Ho con me una carta geologica, la mia carta. Me l’ ha data un grande geologo, Renato Funiciello, un elfo gentile del Profondo. Una mappa dai colori magnifici: violetto per i graniti, rosso per i vulcani, grigio per i tavolieri calcarei. Mostra spinte, scavalcamenti, fratture, derive e impressionanti collisioni. Sotto la superficie del mare disegna un altro mondo fatto di scarpate, valli, canyon, tavolati, catene montane. Sul parapetto c’ è una donna che fuma, spettinata, occhi scuri. È incantata dalla mappa delle meraviglie. Le dico: «Ecco, noi siamo qui», e metto l’ indice su uno spazio butterato da segni rossastri,i vulcani sommersi. Triangolini appoggiatia linee sinuose disegnano un gorgo di forze bestiali. L’ Adriatico spinge forte a nordovest portandosi dietro Puglia e Gargano, e la Calabria emigra verso la Grecia di qualche millimetro l’ anno, quanto basta per imprimere alla Penisola un moto rotatorio attorno alla Liguria. Siamo su un pezzo di mondo dove Dio ha voluto che Bello e Terribile s’ intrecciassero più a fondo che altrove. Onda lunga, oleosa. Traghetto inclinato sulla destra. Sulle murate, passeggeri pallidi per la nausea. Non sanno di passare su un fondale di 4500 metri, vecchio fino a sette milioni di anni e popolato di gigantesche cattedrali. Racconto dei vulcani sottomarini. A nord il Palinuro, così a filo d’ acqua che anche un sub potrebbe vedere le sue fauci aprirsi in mare aperto. A ovest il Vavilov, un bestione più grande dell’ Etna, trovato dai russi in piena Guerra fredda. Dicono chea scoprirlo sia stato un sommergibile in missione segreta, che seppe infilare il Bosforo come la cruna di un ago, in immersione, sotto una fila di navi da carico. Una storia da Ventimila leghe sotto i mari. Ma il più grande di tutti è un gigante come l’ Ararat che sta settanta miglia a est, all’ altezza della Calabria. Sui fianchi ha colate di basalto fresco e cristalli di zolfo, così nessuno sa dire se sia davvero in letargo dopo settecentomila anni di attività. Mezzo secolo fa la sua scoperta dischiuse immensi orizzonti alla nuova oceanografia esplorativa. Leggendario il nome: Luigi Ferdinando Marsili, un bolognese vissuto fra il Sei e il Settecento, fondatore dell’ oceanografia moderna. Una vita da romanzo, dimenticata dai libri di scuola. Me l’ ha raccontata Stefano Magnani, uno storico che ha ricostruito anche la storia del greco Pitea di Marsiglia, scopritore della mitica Thule. Sentite che epopea. Marsili studia medicina, astronomia, lettere. Va in missione a Costantinopoli per conto della Repubblica di Venezia. Impara il turco e scopre che il Bosforo ha due correnti, una calda e una fredda. Fa carriera nell’ esercito asburgico, difende Vienna dall’ assedio ottomano e viene fatto prigioniero. Disegna i confini tra i due imperi dopo la pace di Karlowitz, esplora il Danubio e gli dedica nove affascinanti volumi in latino. Pubblica ad Amsterdam la Storia fisica del mare. Lascia le catene della sua prigionia turca all’ università di Bologna, dove stanno ancora, nella facoltà di geologia. Italia. Non esiste paese che viva un intrico così affascinante di scienza, mito e storia, eventi del sottosuolo e di superficie. Non c’ è California che tenga. Si narra che il greco Empedocle, per capire un’ eruzione, si buttò a capofitto nel cratere dell’ Etna, il quale ne risputò solo i calzari. L’ arrivo di Annibale in Italia fu annunciato da grandi scosse e Polifemo il ciclope visse in un antro sotto il gigante etneo. Sibille a non finire abitarono nei recessi delle nostre sismiche montagne e ancora oggi, a Sessa Aurunca, sotto un vulcano spento, il Venerdì Santo le confraternite alzano un canto chiamato Tremuoto. Il ferry brancola nel buio, viaggia su vulcani sommersi già descritti da Plinio il Vecchio. «Ante nos et iuxta Italiam inter Aeolias Insulas… Prima della nostra epoca emerse un’ isola in mezzo alle Eoliee così pure nei pressi di Creta. Una era lunga 2500 passi e provvista di fonti calde; un’ altra il terzo anno della 163ma olimpiade (126 avanti Cristo) davanti all’ Etruria, bruciante questa di un soffio violento, e si tramanda che chi si cibò dei pesci che in gran quantità fluttuavano intorno a quella, immediatamente morì». So di entrare nella grotta del Minotauro, e per questo prima di partire ho cercato dei maghi che mi dessero un filo d’ Arianna. Geologi, vulcanologi, storici dei terremoti, sismologi, geofisici. In Italia sono un esercito: entusiasti e spesso frustrati dalla sordità della politica. Li ho cercati, ed essi mi sono venuti in soccorso pieni di storie e raccomandazioni, felici che qualcuno facesse quella strada. Li rivedo uno per uno nella pioggia del Tirreno, con in sottofondo le note della Quinta di Ludovico van Beethoven. Personaggi impagabili, da cui ho imparato mille cose. Per esempio che la “Padania” è – udite – geologicamente Africa, mentre l’ Italia meridionale è quasi tutta Europa. Ho appreso che, nello scontro fra le due, il Tirreno si espande e lo Jonio s’ accartoccia, facendo partire una linea inquieta che scuote Grecia e Turchia. Ho saputo che la Sardegna è immobile come la Siberia e le Isole Eolie non sono affatto sette ma molte di più, perché hanno sorelle sommerse, vulcani dai nomi greci come Eolo, Alcione, Sisifo e i gemelli Lametini. Ho con me un piccolo vangelo etiope su pergamena, annerito dal fumo di candele e intriso dell’ odore di mille mani. Contiene l’ immagine di San Giorgio – il più grande dei santi d’ Oriente col barbuto Nicola – che pianta una lancia nel drago per ricacciarlo sotto terra. Guardandola mi sento sollevato, la paura dell’ abisso mi passa per magia. Ma poiché la prudenza non è mai troppa, amici napoletani, appena saputo del viaggio, mi hanno regalato un cornetto di corallo rosso, contro ogni tipo di scalogne. «Lo sai cosa vuol dire disastro?» chiede la passeggera con cui ho chiacchierato sul parapetto. «È la mancanza di stelle che spaventa i naviganti. Vuol dire andare senza gli astri che indicano la strada. Come stanotte sul Tirreno». Resto sorpreso, è strano che non ci abbia mai pensato. «E poi c’ è la parola rischio. Quella non la indovini mai più. Si racconta che, per battere la concorrenza, i commercianti d’ Oriente anziché navigare sulle coste puntavano al largo quando spirava il vento potente, che in persiano si dice “Ruzgar-i kuvve”. Ma poiché quel vento era pericolosoe talvolta causava naufragi, la frase «prendere il Ruzgar», udita dagli italiani, divenne «prendere il rischio». Soffia, colpi forti alle murate, il mare è in preda a un mix di scirocco e libeccio, un pulviscolo umido mi è entrato fin nella camicia. Torno nel salone dormitorio, abbasso lo schienale della poltrona, ma il sonno non viene. Sono stanco già prima di cominciare; forse sento sulle spalle la fatica di aver tentato di colmare in poco tempo il buco nero di una gigantesca rimozione sul tema. Per dieci giorni ho ascoltato a bocca aperta dai Maghi inquietanti meraviglie sull’ Italia nascosta, ho riempito taccuini su taccuini dicendo a me stesso: non è possibile che non sappia. E invece non sapevo. «Gli italiani non sanno – mi dicevano con un lampo ironico i dottori del Profondo – e quel che è peggio preferiscono non sapere. Parlare di eruzioni o di terra che trema porta scalogna, imbarazza i politici, rovina il gioco ai palazzinari, inorridisce gli operatori turistici, ti mette contro gli operatori dell’ effimero». Così pochi sanno che la Padania nonè affatto immobile perché, sotto le alluvioni del Po, Africa ed Europa si scontrano. E nessuno vi dirà che a Rimini nel primo Novecento son venuti giù degli alberghi e quarant’ anni prima la torre dell’ orologio era stata segata via dopo un botto che l’ aveva resa instabile. Guai a dire che l’ Italia balla. Ti danno del catastrofista. Così si cancellano anche le prove. In Friuli gli archivi della segreteria per il terremoto del 1976, che firmò l’ unica ricostruzione “virtuosa” d’ Italia, sono stati salvati dal macero solo graziea una pattuglia di cittadini di buona volontà.A Messina per il centenario del 1908è arrivato il top della scienza mondialea parlare del futuro degli Stretti, ma i politici locali se la sono squagliata appena dopo l’ inaugurazione. E che dire della Protezione civile, nei cui scantinati dormono montagne di volumi divulgativi che nessuno pare intenzionato a dare alle scuole. Disturba ricordare che Ischia si è sollevata di ottocento metri in trentamila anni, che Messina s’ abbassa a ogni scossone e Reggio Calabria si alza a vista d’ occhio. E che dire di Bologna, che sprofonda nell’ indifferenza generale, causa il saccheggio delle acque padane. In Veneto il Montello lievita misteriosamente a velocità doppia rispetto alle Alpi, e Pozzuoli si è gonfiata di un metro e mezzo in pochi mesi, al punto da rendere indispensabile un nuovo molo traghetti per Ischia.E poi vulcani, caldere, fanghi, gas, soffioni, fumarole, giacimenti di idrocarburi. Buchi dappertutto, come un formaggio Emmental. «Ma tu fai l’ Italia sottosopra!» ha esclamato l’ amico Valerio Fiandra, compagno triestino di tante conversazioni, fornendomi da par suo il titolo della storia. Rumore di argani, odore di vernice, il ron ron dei motori si fa irregolare, dall’ oblò entra la luce di un’ alba piovosa. Palermo è vicina, i passeggeri si riversano sul pontea guardare la linea esangue della terraferma- ferma si fa per dire- col Monte Pellegrino che emerge come una verruca sull’ onda lunga delle alture di Partinico e della Piana degli Albanesi. Preparo il sacco, pieno di libri e appunti. Per la prima volta ho un piccolo computer, per leggere la topografia dei luoghi attraverso le immagini satellitari. Il pontone si abbassa sull’ isola degli dei. Luce gialla violenta, odore di stoppie bruciate e bouganvillee, pane fresco e immondizia. Cani abbandonati pattugliano la banchina, sorvegliano le porte dell’ Ade. Appoggio le suole su una pietra porosa che ha assorbito millenni di sangue, escrementi, polvere, incenso. Poco lontano, la corriera per Trapani, da dove in serata salpa il ferry per Lampedusa, inizio di questo lungo viaggio verso Nord. «Scirocco forte», annuncia il conducente, «forse stasera la nave non parte». Un tipo di Alcamo seduto accanto vede le mie mappe e attacca discorso. È minuto e olivastro. «Siete geometra?». No, dico, vado a caccia di vulcani e terremoti. Il siculo ne approfitta e chiede qual è il santo che protegge meglio dai crolli. Al Sud i santi non possono batter fiacca: se non aiutano, vengono sostituiti. A San Cono, sui Peloritani, il protettore – o meglio la sua statua – viene letteralmente sbattuto con la testa sui muri delle case che non ha saputo tenere da conto. Altri che non hanno portato la pioggia vengono schiaffati in acqua o puniti con un pesce salato in bocca. Dico: il meglio contro le scosse pare Sant’ Emidio da Ascoli. Sul Continente lo vogliono tutti. «E Padre Pio?». Rispondo che no, quello c’ entra poco. Si parte. Vorrei dormire, ma il siculo fa domande come una trivella. Quando ha un’ idea abbastanza completa della mia avventura, trae le sue conclusioni e paternamente avverte: «Ma che ci andate a fare… La gente se ne fotte anche se la informate… Preferirà sempre un telefonino nuovo o un bell’ idromassaggio a una casa fatta ‘ bbene». Ha ragione lui, lo so bene. Siamo uno strano paese dove si muore per scosse da niente e dove si fanno ronde anti-immigrati anziché prendersela con i costruttori disonesti. Ma che importa, la sfida è magnifica. Attorno alla terra che ribolle, trema, erutta, frana e genera maremoti, si intrecciano infinite altre cose: incursioni piratesche, estati roventie nevicate fuori stagione, naufragi, guerre, invasioni, fortunali, processioni e paure da fine del mondo. L’ inferno, il fuoco che cova, l’ antro di Efesto, la terra che si spalanca e ti inghiotte. Un pentolone pieno di ex voto e sensi di colpa, presagi e scongiuri, litanie e filastrocche, persefoni e nere madonne. Un cratere che ribolle di implicazioni economiche, sociali, religiose e di malaffare. È chiaro: non ho davanti a me un viaggio nello spazio, ma nel tempo. Un nodo gigantesco. Il Grande Sommerso della coscienza nazionale, il sismografo delle nostre paure e delle nostre rimozioni, ab insidiis diaboli, ab omni malo libera nos Domine. Ma sono figlio di una terra che trema, le appartengo, e voglio vederci dentro. Entrarci, con la mia lampada di Aladino. La corriera va silenziosa in un mare di vigne, tra pale eoliche inspiegabilmente ferme nel vento e altri branchi di cani perduti. 1. continua – PAOLO RUMIZ

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