ERITREA, PONTE DELLA PIETRA E…DARWIN.

Ricordare qualcosa di importante…

Il ricordo non può che andare a mia zia Emma, nel primo dopo guerra.

Zia Emma era la postina di Ponte della Pietra, quando era un piccolo  paesino di 64 famiglie su di un’ estensione notevolissima: dal cimitero di Pila al cimitero di Ponte della Pietra e dal monte Vesticciano, o Vestirciano, sino a San Sisto.

Il suo ufficio, poco più di un metro per due, era un angolo ricavato nella  bottega da fabbro  di mio nonno, con una buchetta nel frontespizio di forse 50 per 50 cm per il “pubblico”.

Io non ho visto mai nessuno.

Bottega da fabbro di allora con forgia, un bancone, un’incudine, secchi d’acqua per raffreddare il ”ferro” infuocato che veniva battuto e forgiato, e martelli vari e  altre cose simili in un ambiente chiuso. Solo la grande porta che dava sulla strada.

Il fabbro, mio nonno, era padre di mia zia.

Tutto in famiglia.

Diciamo che l’ufficio aveva colori d’avanguardia e modernissimo, tutto nero ma di fuliggine.

Graziosa polvere nera impalpabile, ultra resistente che si depositava dappertutto, tenacemente.

La posta la portava tutti i giorni uno scassatissimo pulman di “Menchetelli”  che faceva la linea Perugia-San Vito in Monte, con deviazioni su tutti gli  “allora”paesini che incontrava sulla strada.

Strade bianche, piene di buche.

Un’ impresa ardua e impegnativa di cui forse nemmeno l’autista se ne rendeva conto.

Era tutto naturale nell’Italia del dopoguerra.

L’Italia era in crescita economica ma nessuno di noi lo sapeva.

L’autista teneva il sacco della posta, (sacco di balla con due strisce rosse con nel mezzo, in senso longitudinale, la scritta “poste italiane”)  fuori dal finestrino ondeggiando con il braccio e mia zia,  con tutti noi bambini intorno, la prendeva al volo.

Era una cosa alla buona.

La prendeva.

Si fa per dire…

Qualche metro prima o qualche metro dopo, ma in terra… condita da una robusta “zaffata” di nafta emessa dall’amico pulman che dopo aver tolto il gas per rallentare riprendeva la sua faticosa corsa in salita.

Il pulman, forse era un mitico Isotta Fraschini, di questo però non sono sicuro.

Comunque era simile a questo indicato nella foto.

Lo ricordo perché lo diceva Sandro, il figlio del “Toscano” che non poteva inventarsi un nome così.

Di sicuro aveva un muso lungo avanti che conteneva il motore e era fermato ai lati da quattro ganci “luccicanti”.

I passeggeri, sempre gli stessi, partecipavano al quotidiano avvenimento  con incitamenti vari e poi ridevano divertiti, ma senza la minima cattiveria ogni volta che l’impresa falliva.

Ci si conosceva tutti.

Il pulman  passava all’incirca alla 14,30, mezz’ora più – mezz’ora meno.

L’ufficio della posta era situato dopo la seconda curva provenendo dall’antico ponte a forte schiena d’asino, ora non più esistente, posto dove terminava la pianura della Genna e superata la  chiesa- santuario di Ponte della Pietra, iniziava la salita.

Il ponte fu costruito nel 1835 in sostituzione di “una pietra” posta in mezzo al torrente; da qui il nome di Ponte della Pietra.

Nel pieno della seconda  curva “cosiddetta del toscano”  cambiava marcia, perché non ce la faceva più e questo si sentiva da lontano e la “ persona di vedetta”, naturalmente uno di noi bambini  sul ciglio della strada, lanciava l’avviso perché il pulman  non si sarebbe potuto fermare.

Non so il perché.

Dovevamo essere pronti.

Rallentava  questo si’, ma non si fermava.

Nel caso in cui si perdeva la “coincidenza” ci avrebbe aspettato in cima alla salita, davanti alla non lontana scuola elementare.

E allora tutti in strada con la zia quando il tempo era bello.

Eravamo io, Francesco, Franco (un po’ meno), mia cugina Gabriella e Lucio, tutti cugini e della stessa età,  abitavamo tutti nello stesso stabile. A volte partecipava anche Giorgio, il figlio della maestra.

Lo stabile  era detto la “casa dei fabbri”, anche se in realtà solo mio nonno Martino era fabbro, mentre   suo fratello Giuseppe era falegname  e l’altro fratello Paolo ferrava i buoi nel travaglio  e arrotava e aggiustava gli attrezzi che si usavano nei campi di allora quali aratri, erpici, pale, roncole, falci.. …

La “posta” veniva poi portata quasi sempre, da noi ragazzi non  appena un po’ cresciuti

La tratta preferita era: bottega del fabbro- ufficio della posta (!)  -  Monte Vesticciano.

E qui era una corsa in massa. Due volte la settimana con il tempo bello, altrimenti si rimandava.

I partecipanti all’impresa: tutti i cugini più Giorgio e a volte anche Sandro, il figlio dl Toscano.

Racchiudeva non una maratona ma una intera olimpiade.

Si attraversava la grande strada bianca, il podere di Colombo e poi giù in discesa verso la valle attraverso il podere dei Dominici.

Infine il mitico attraversamento del torrente Genna.

Grande e immensa soddisfazione nell ’impresa costituita nell’attraversare il torrente Genna.

Piedi a bagno qualche volta.

Nessuno sapeva che allora il torrente Genna raccoglieva anche gli scarichi della città.

E poi la risalita tagliando per i campi e poi ritorno. Con calma.

Quando ero più grandino, durante l’estate,  mi davano 20 lire per ogni settimana di aiuto, ora all’una ora all’altra bottega.

Mi ricordo la promessa che me li avrebbero dati ma non  ricordo di averli mai visti…

Forse non ricordo per la mia età attuale.

Amnesie…

Mia zia Emma, dai due ai sei anni, mi ha tenuto sempre con sé, forse sorridendo dei continui litigi fra me e mia cugina Gabriella, sua figlia della stessa età, come sempre capita tra bambini specie a tavola.

Chissà poi che c’era da litigare, allora, a tavola.

Una cosa,  a dire il vero, me la ricordo bene.

Litigavamo per le righe di acqua e vino che erano nei nostri bicchieri.

Guai a che uno ne avesse una riga più dell’altro.

Ma erano due o tre righe. Di un bicchiere molto stretto in basso che si allargava poi in alto dove era il suo massimo contenuto.

Per non sbagliare a mettere ci
sarebbe voluta una particolare attrezzatura ingegneristica.

Si pregava molto e io ero noto perché volevo la preghiera corta e la fetta del pane lunga  ma non acqua e zucchero ma con miele che non mancava.

I miei abitavano, dopo che mio padre era tornato da poco (1947) dalla prigionia in Kenia e per quattro anni nessuno ha mai saputo se era vivo o morto, in via Orizzonte, al numero 5 a Perugia.

La casa di Via Orizzonte.

Mitica per allora e per chi veniva dalla campagna.

Due grossi gradini fuori, una rampa di scale interne da fare con attenzione, due piccoli ambienti, uno dentro l’altro e un gabinetto in cui si doveva entrare “ a marcia indietro” data la grandezza…

Apparecchi sanitari non erano stati ancora inventati, almeno per noi.

Chissà, forse, che il nome di questa via non abbia poi segnato la mia continua voglia di “andare”.

Nell’episodio che racconto, oggetto vero della memoria, è  presente,  ma veramente presente, oltre a mia zia Emma anche mia suocera, universalmente nota come “la Peppina”.

Mia suocera è morta a 99 anni senza mai accusare un minimo dolore, una benché minima misera influenza.

Malattie varie?  Sconosciute.

Una roccia.

Una roccia  tranne, ovviamente, gli ultimi due o tre anni in cui Milena oltre che lavorare si è trasformata poi in una amorevole badante.

Ma  cosa  abbina  queste tre persone: me, mia zia e mia suocera?

La legge di Darwin.

Osservando  mia suocera solida, sempre pronta, efficiente, intelligenza sopra la media e di molto, arguta e acuta ma silenziosa quando era opportuno… cioè spesso, io pensavo alla evoluzione della specie umana nei secoli, alla sua selezione naturale come sempre è avvenuto.

E allora pensavo che io ero un “sopravissuto”.

Grazie a mia zia Emma.

La prima volta avevo ingoiato una caramella, e quando mai c’erano allora, e mi affogavo.

Per l’esattezza “ero diventato viola”;  ho sentito tante volte questa frase.

Mia zia è corsa, mi ha preso per le gambe e a testa in giù mi ha scosso violentemente  e la caramella è fuoriuscita.

Oggi si sorriderebbe di questo sistema ma allora, per fortuna,  ha funzionato e bene…

Un episodio che non ha nulla a che vedere con la legge di Dawin ma quest’altro si.

L’amore di questa donna per me si è visto quando avevo sei anni (1948).

Ero gracilino, forse frutto di circa 18 mesi passati ad Asmara in un campo profughi inglese.

Io sono nato ad Asmara.

 

 

 

 

Io, mia madre e mio fratello Adamo siamo poi tornati a Perugia  a bordo  della nave ospedale Giulio Cesare, o Caio Duilio , non ricordo bene. Da qualche parte nascosti in qualche cassetto ci dovrebbero essere ancora i biglietti, di sola andata, di color verde scoloriti.  Abbiamo circumnavigato  l’Africa in due mesi. E poi Taranto- Perugia in treno, sette giorni, senza nulla da mangiare, elemosinando nelle varie tratte.

Biglietto gratis pagato dagli inglesi il cui costo lo avranno ripreso quando l’Italia ha pagato i danni di guerra…

Io li ho sempre odiati gli inglesi. Tutta la mia famiglia li ha odiati. Non un prodotto inglese nel tempo è mai entrato nella nostra casa. E questo senza rendercene conto.

Mi fu diagnosticata a sei anni una feroce nefrite con infezioni varie  e tutti si  stringevano le spalle forse rassegnati.

Segni di quella nefrite ci sono ancora oggi anche se attutiti.

Arrivò, però, chiamato dalla zia un dottorino da Castel del Piano il dr. Gentilucci che disse che era appena uscita una nuova medicina: la penicillina. Costo  sei mila lire a fiala. Mia zia ne comprò sei, 36 mila lire (anno 1948).

Dalla farmacia “Piccioli”.

Non aveva un centesimo.

Ricordo che faceva la postina e neanche di ruolo.

Per pagare la penicillina si andò avanti per molto tempo e i miei genitori, non ho mai saputo se avessero contribuito, non avevano un centesimo.

Si faceva a chi era più povero; forse non lo sapevano di questa gara.

E mi salvarono.

Quindi io sono un sopravissuto.

Uno che forse, per la legge di Darwin, non avrebbe certo contribuito al miglioramento della specie umana come ha fatto  la Peppina,  forte come una roccia, ma come al solito ci sono delle eccezioni.

I miei due figli Benedetta e Lorenzo sono, veramente, come un giorno mi disse un amico medico, guardando me e poi Benedetta: “Bè!.. il miglioramento della specie qui si vede”.

Alla mia età 73 anni, medicine o non medicine, però, io  ci sono arrivato. E mi piace.

E, ora,  sono in Tunisia tra tanti nuovi conoscenti-amici, ognuno con la sua storia, a volte non bella, da stringere il cuore ma altre  sono curiose e divertenti.

Intanto io e Milena non  siamo mai soli.

Ogni giorno pranzo da una amica, di Empoli che già conoscevamo, a tavola si oscilla intorno alle 12 -14 persone, fluttuanti.

Pranzo: cucina toscana (antipasto, primo, secondi e contorni vari, frutta,  acqua, coca – cola  e caffè) con correzioni perugine (aiuto chef: Milena); costo prestabilito 15 dinari a coppia (sette euro e mezzo) e c’è un utile per la padrona di casa e tanto buonumore.

Questo è il presente, per il futuro ancora non so.

 

Paolo Pierini

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