Autostop … sulla Strada Maestra!

L’avventura più carina che ci è capitata durante la vacanza alla Locanda del Cervo, nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, è senz’altro questa che vi racconto per ultima…ma che in realtà si riferisce proprio al primo giorno della nostra permanenza!

Dietro alla Locanda, a Paladini, ci passa un sentiero che porta al paese di Nerito, così noi decidiamo di organizzarci per uscire presto di mattina e fare tutto un anello fra Paladini, Nerito, Aprati, Tottea e di nuovo Paladini, nel cuore del distretto della Strada Maestra, dove la Valle del fiume Vomano è chiusa da alte pareti di arenaria…come ci dice Stefano Ardito nella guida che abbiamo usato per le nostre passeggiate ( acquistabile presso il punto informazioni della foresteria) !

Appena usciamo ci tocca subito chiedere aiuto agli abitanti del piccolissimo abitato di Paladini: suoniamo un campanello e chiediamo perchè l’ingresso al sentiero è chiuso da un filo colorato…ci spiegano che lo hanno messo loro per non far passare i muli…ma che il sentiero è aperto e praticabile, poi ci dicono di stare attenti ai muli che sono carichi con la legna e stanno scendendo. Entriamo nel bosco, fresco di pioggia, in effetti a terra è tutto un calpistio degli zoccoli dei muli, e il loro passaggio recente è accertato dall’odore. E’ fantastico camminare con la curiosità di vederseli sbucare da un momento all’altro…ma arriviamo a Nerito senza vederli…ignari che l’incontro l’avremmo fatto più tardi quando oramai non ce lo attendevamo più!

Nerito ( 835 m s.l.m.) è un paese carino e vissuto, ci fermiamo a comprare i panini per il pranzo, facciamo conoscenza con la gente che ci vedrà più spesso nei prossimi giorni. A Nerito ci sono le scuole, i bambini, il parco giochi…alcune signore ci dicono che se tolgono la scuola è finita! Speriamo di no! Ci imbattiamo anche nella corriera che fa L’Aquila – Teramo, l’autista quasi ci voleva imbarcare…felice di vedere nuovi viaggiatori, ma noi gli spieghiamo le nostre intenzioni di camminare a piedi! Così ci dirigiamo verso Aprati, scendiamo giù (716 m s.l.m.). Ora da qui per raggiungere Tottea ci toccano 5 km di asfalto in salita, attraversiamo il fiume Vomano e cominciamo, ma ben presto dopo circa 2 km ci prende la fatica e Tottea ci sembra irraggiungibile…così optiamo per l’autostop fiduciosi che anche in 4…qualcuno ci avrebbe fatto salire. Così è stato…stringendoci un pò abbiamo ottenuto un passeggio da due signori che abitavano a Tottea, così ci siamo permessi il lusso di gironzolatre in tutta calma per il paese e starci un bel pò per pranzare.

Ci sono molte case in pietra ben conservate nel loro stato originario, la piccola chiesa è costruita su una specie di terrazza che guarda i monti, è l’ora di pranzo sentiamo le voci in paese di chi si appresta a rientrare per mangiare e noi ci sistemiamo all’ombra per mangiarci i nostri panini; in silenzio osserviamo tanti piccoli particolari, seguiamo con lo sguardo delle vespe che ci ronzano attorno…hanno fatto i nidi sul bassorilievo della lunetta del portale della chiesa, il paese è decorato con tanti vasi di fiori, sembra una gara al balcone fiorito più bello! Il tempo passa semplicemente e presto ci rendiamo conto di essere gli unici ancora svegli in paese…ce ne andiamo per non disturbare la siesta pomeridiana, ci attende l’ultimo tratta del nostro anello da Tottea a Paladini, proprio dinnanzi alla Locanda del Cervo, giù per la vecchia strada, lungo la parete scoscesa di arenaria, giù fino al livello del fiume Vomano.

Il tratto è panoramico ma assolato e con molte rocce e pietroni lungo il cammino, ci tocca battere a terra e fare rumore per scacciare eventuali serpi, così ci hanno consigliato i nostri autisti…e così noi facciamo. Ci impieghiamo una quarantina di minuti prima di sentire il rumore del torrente e intravedere la nostra foresteria, ma all’improvviso troviamo la strada sbarrata da una grande catasta di legna: ai lati ben disposta, al centro lasciata cadere così, superata la quale ci attendeva il mulo che l’aveva appena portata…non so bene chi avrà avuto più paura se noi o il mulo, risultato: una grande agitazione generale.

In qualche modo ce la facciamo a passare…e siamo già arrivati, non ci resta che attraversare la Statale 80 e siamo già a casa: sani e salvi. Gli occhioni del mulo sorpreso dopo il suo bravo lavoro … non ce li dimenticheremo facilmente!

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A Colle del Vento sulle tracce dell’antica storia italica d’Abruzzo.

In questi giorni trascorsi alla Locanda del Cervo in Abruzzo, abbiamo avuto la possibilità di fare un’escursione anche su antichi tracciati di origine italica, abbiamo percorso a piedi una strada scavata nella roccia a balcone sulla profonda valle del fiume Vomano, affacciata sulle vette più elevate del Gran Sasso.

Questa esperienza è iniziata a Piano Vomano, un piccolo paese a pochi km da Paladini, località in cui si trova la Locanda. Giunti al centro del paese di Piano Vomano (866  m s.l.m.) abbiamo fatto amicizia con un bel cane che ci ha fatto da guida, conducendoci innanzi per tutta la giornata fino al ritorno.

Il sentiero inizia poco a valle dal centro del paese e passa davanti a delle case, per questa strada si arriva alla cappella di Sant’Antonio che noi abbiamo trovato in ristrutturazione con dei muratori che ci hanno indicato la diramazione da prendere. Il percorso prosegue a mezza costa, scende per una mulattiera che si abbassa verso un vallone di arenaria. Questo è il tracciato della famosa strada italica, e poi romana, che collegava Amiternum con Teramo e la costa adriatica. Vi si incontrano tratti scavati nella roccia e resti di muretti. Si traversa un ruscello e poi si risale per il pascolo. Quì si ha la sensazione di perdersi…i segnavia non ci sono e noi ci siamo sbagliati svariate volte…tanto da dover tornare indietro fino alla cappella Sant’Antonio e chiedere di nuovo ai muratori…così siamo arrivati al Colle del Vento da un’altra strada sterrata che sovrasta il tracciato antico…il cane ci ha fatto sempre compagnia anche nei vari tentativi.

Siamo giunti ai ruderi della chiesetta di San Martino (901 m s.l.m.), un posto molto evocativo. Ci siamo riposati  e abbiamo imparato la storia di questo insediamento italico di cui abbiamo trovato e perso le tracce più volte!

Questo vicus  risale al III sec a.C. e sono presenti resti databili fino al IV sec d.C.. Una parte dell’abitato è resistito fino all’epoca altomedioevale come ci testimonia la presenza della chiesetta di San Martino. La vita di questo aggregato si spiega a causa della sua posizione geografica, proprio sull’itinerario che collegava i Safini dell’Abruzzo ai Sabini del Lazio attraverso il Passo delle Capannelle, un valico bellissimo, dove il paesaggio si apre molto, prossimo allo svincolo per il lago di Campotosto in cui in questi giorni tante volte ci siamo bagnati!

Da quassù non ci restava che raggiungere le mura megalitiche dell’insediamento. Una ventina di metri di possenti mura poligonali squadrate e molto grandi. Questi antichi popoli dovevano proprio aver avuto bisogno di difendersi per fortificare così bene le loro città! Informandomi su internet a posteriori leggo che la curiosità più grande dei ritrovamenti archeologici del Colle del Vento non sono le mura della fortezza, quanto le ossa e armature rinvenute nelle tombe!

Lunghi scheletri e lunghe spade…stature stimate superiori a 2 metri di uomini sepolti 2300 anni fa… a quelle genti di Colle del Vento hanno attribuito un nome:  i Paladini..….e come vi dicevo … Paladini è proprio il toponimo della località in cui si trova la nostra Locanda! Nulla è per caso!

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La natura non si ferma: visita alla Quercia Mazzocca, un patriarca vegetale del Parco Naz. Gran Sasso Monti della Laga.

Lunedì 15 luglio, sveglia ore 7.30 dopo la riposante notte trascorsa alla foresteria della Locanda del Cervo, ore 8.00 facciamo una energetica colazione preparata dal nostro amico oste Angelo, ore 8.45 borracce riempite alla fontanella posta proprio di fronte alla foresteria e via verso Piano Vomano, andiamo a vedere una quercia millenaria: un vero e proprio monumento naturale.

Piano Vomano è una frazione del comune di Crognaleto (TE), si raggiunge in 3 km dalla statale 80 per la strada che traversa su un ponte il fiume Vomano e passa per l’abitato di Senarica. Lasciamo la macchina nella piazza della chiesa, abbiamo due itinerari da compiere: uno che porta al Colle del Vento ( di cui racconterò in un altro articolo) e un’altro che porta appunto alla Quercia millenaria. Una signora del posto subito ci accompagna al sentiero per andare alla quercia, attraversiamo il piccolo abitato, lei ci spiega che solo in 2 famiglie originarie sono rimaste ad abitare a Piano Vomano, una delle quali è la sua. Chiediamo allora cosa fa di mestiere e lei ci spiega che c’ha le mucche e che anzi le faremmo un grosso piacere se andando per il sentiero richiudessimo dietro di noi il cancellino che hanno posto per non far entrare le sue mucche in paese. Poi ci racconta:

” Non se so lo avete saputo, ma la quercia è caduta!” Ecco noi questo non lo sapevamo veramente, ci siamo mossi in questi giorni di vacanza seguendo la guida di Stefano Ardito, (acquistabile direttamente al punto informativo della Locanda del Cervo) che in effetti è stata pubblicata nel 2006. Il 13 luglio del 2007, invece, la grande quercia millenaria ha smesso di vivere! La nostra curiosità si fa ancora più grande, il gigante è caduto, è il destino di tutti gli esseri viventi, ma ci ha lasciato una ricca discendenza di ogni età, che popola i suoi dintorni e ne perpetua la vita. La natura non si ferma! Cerco di spiegarlo ai bambini e andiamo a vedere più affascinati di prima.

Dopo un brevissimo tragitto eccola: distesa al suolo, piegata sulla terrazza naturale su cui è cresciuta e rimasta al suo posto per quasi mille anni, affacciata a strapiombo sulla valle, alla vista della catena del Gran Sasso. Una forte emozione! Così caduta possiamo apprezzare anche l’interno del suo fusto, dal midollo alla corteccia, ben 8 metri di circonferenza. Era alta 20 metri, il tronco si è spezzato alla base, e pensare che aveva resistito a ben 3 folgorazioni di fulmini, i suo rami ne portano ancora le cicatrici.

Il suo nome deriva dalla conformazione nodosa del tronco, si tratta di una quercia roverella, scampata al taglio, all’inizio dei suoi tempi,  per le eccezionali dimensioni.

Osservando attentamente il tronco e i rami si nota come sia stata la casa di tanti altri esseri viventi, vegetali, come rovi, viole, vischio, funghi…e animali, come insetti, roditori, uccelli…tutti hanno lasciato dei segni sul grande albero!

Sono passati 6 anni da quando è caduta e la nostra nuova amica di Piano Vomano ci dice che il Parco sta cercando di proteggerla e valorizzarla e farla conoscere ai visitatori della montagna, ne vale la pena, avvicinarsi e meditare seduti accanto a questo nostro “genitore”!

 

 

 

 

 

Il Bosco conquistato di Chiarino: una storia di sopravvivenza, un sogno più che secolare!

Ho appena trascorso 6 bellissime giornate alla Locanda del Cervo a Paladini nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga in compagnia di Angelo, Barbara, Silvia, Ida: neo-protagonisti dell’accoglienza Le Mat in Abruzzo.

Ho trascorso questa vacanza con i miei bambini camminando a lungo nella valle del Vomano, un torrente che scorre proprio davanti alla Locanda e separa il gruppo della Laga da quello del Gran Sasso. Lungo lo stesso tragitto del Vomano corre la Statale 80, la cosidetta Strada Maestra che collega L’Aquila a Teramo. Quello della Strada Maestra è oggi uno degli 11 distretti del Parco e noi abbiamo cercato in questi pochi giorni di scoprirne le principali bellezze e storie. La statale 80 è una delle strade più antiche dell’Appennino, costruita sul solco scavato nei millenni dalle acque del Vomano che dopo l’apertura del Traforo del Gran Sasso, è rimasta tagliata fuori dalle principali direttrici turistiche … ma forse meglio così!

Abbiamo gironzolato fra un versante e l’altro della Valle senza riuscire a decidere quale fosse il più bello.

Quì vi racconto di una giornata trascorsa sul lato del Gran Sasso, una escursione nel bosco di Chiarino.

A partire dalla Locanda del Cervo, si va sulla SS 80 in direzione Aquila e dopo pochi Km si arriva alla diga di Provvidenza. Questo è il punto da dove inizia l’escursione, è il punto in cui il Fosso Chiarino si butta nel Vomano, formando per azione della diga, il lago artificiale di Provvidenza ( 1000 m s.l.m), sfruttato ai fini della produzione di energia idroelettrica.

L’escursione da qui ci porta fino oltre la sorgente del Chiarino, alle pendici del Monte Corvo, al rifugio Domenico Fioretti ( 1503 m s.l.m.) nel bel mezzo di un fantastico pianoro erboso, oltre il quale gli escursionisti esperti avviano la salita alla cima del Monte Corvo.

Superata la diga, si inizia un percorso di circa 4 km che risale dolcemente la valle attraverso una spettacolare estensione boschiva, per lo più faggeta. Vi si trovano anche altre specie come il tasso, il frassino, aceri e olmi. Dopo un pò di cammino si scorge la vetta, con le sue pareti strapiombanti su cui attecchiscono le conifere. Ci si fa facilmente l’idea del valore di questo bosco: un valore legato allo sfruttamento delle sue due principali risorse: legno e acqua.

E infatti ecco che si notano le opere idrauliche ( oltre la diga ovviamente), i tombini dell’acquedotto ci raccontano chi e quando lo ha fatto realizzare…come c’era da immaginarselo!

Dopo circa 4 km si giunge ai ruderi di un molino ad acqua: Molino Cappelli, dotato di una torre con feritoie. Carlo Cappelli era un signore locale che verso la fine del 1700 comprò la montagna e il bosco privando i cittadini della vicina comunità di Arischia della loro principale fonte di sostentamento. E’ da qui che inizia il secolare contenzioso fra i Cappelli e gli Arischiesi. Ho scoperto questa storia, apena giunta in cima al rifugio. Dopo una sosta al Molino, si continua sulla sterrata e si entra di nuovo nella faggeta. Ad un certo punto il bosco si dirada, siamo a Piano del Castrato, dominato dai pendii ghiaiosi e dagli speroni rocciosi del versante sud-occidentale del Mone Corvo. A poca distanza da un grande fontanile si intravede il tetto del rifugio. Ci avviciniamo entriamo e scopriamo, scritta su una pietra posta all’esterno del rifugio, la storia completa del Bosco di Chiarino:

-nel 1799, approfittando del cambio di regime, dai Borboni alla Repubblica Partenopea, gli Arischiesi si ribellano al dominio della famiglia Cappelli, innalzando l’ Alberata di Chiarino occupandone i culti, i territori e i pascoli

· 1865: il giudice regio condanna gli arischiesi a lasciar libera la montagna di Chiarino ed intima di cessare ogni attività fino ad allora svolta.

· 1901: gli arischiesi occupano il bosco e vengono arrestate 75 persone. · 1910: la Cassazione emette la sentenza definitiva.

· 1920: gli arischiesi occupano nuovamente la montagna e vengono arrestate 9 persone. Quattro legali difendono gli imputati ed il Comune. Gli arischiesi chiedono ai Cappelli una lunga locazione e loro, per timore di azioni rivoluzionarie, decidono di vendere.

· 1922: Arischia acquista la montagna.

Nel tempo di discesa, medito e fantastico su questa storia, mi viene la voglia di approfondire e vorrei conoscere di più magari anche del periodo medioevale e perchè nò, dell’età romana e preromana. So che la montagna conserva anche questi segni e un altro giorno andrò a cercarli !

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