Una passeggiata della memoria…

IN MEMORIA DI ROBERT EINSTEIN CUGINO  DI ALBERT

di GRAZIANO GALLETTI

Il racconto di Sonia Sorci, riguardante l’ufficiale tedesco buono della Wermach, che si è immolato perché non condivideva la ferocia del suo esercito, mi ha fatto ricordare  che, durante una passeggiata sul vialone del Colle della Trinità (PG), mi sono imbattuto tempo indietro, in un cippo che sorreggeva una targa commemorativa  alla memoria di Robert Einstein, cugino per parte paterna del più celebre  Albert.

La cosa mi aveva  incuriosito in quanto non riuscivo a collegare gli Einstein con il nostro territorio. Con la pazienza e la ricerca  ho approfondito le ragioni che hanno spinto le nostre autorità a collocare quella targa in quel dato posto. La targa non è molto bella, è in plexiglas fissata ad un masso e seminascosta da una siepe. Sul bordo vi è riportata la scritta che la stessa era stata collocata nel 2000 e riposizionata nel 2005, probabilmente in questo lasso di tempo era stata asportata, forse la prima targa era in ottone e più pregiata. In poche righe descrive la dolorosa storia della famiglia di Robert. Spiegazioni più ampie le ho trovate sulle indagini dello storico Carlo Gentile e sul libro “Il cielo cade” di Lorenza Mazzetti.

La storia si ricollega a quando Robert e Albert da ragazzi,  vivevano insieme la loro fanciullezza, prima in Germania e poi in Italia. Avvicinandosi gli anni difficili  per le generazioni di origine ebraica,  i due cugini si divisero, Albert lasciò la Germania nel 1933 per trasferirsi in America, mentre Robert partì per l’Italia  nel 1936, assieme alla famiglia, dopo la laurea in ingegneria e dopo aver sposato Mina Mazzetti.  Acquistò una tenuta agricola a Monte Malbe (Perugia) e qui fece edificare una scuola per allevamento di cavalli. L’anno dopo nel 1937, vendette la tenuta perugina e si trasferì, con la moglie Cesarina detta Nina, le figlie Luce di 20 anni e Anna Maria di 11, a Rignano sull’Arno acquistando una fattoria, con una bella e spaziosa costruzione, Villa Focardo.

La fattoria Focardo con annessa la chiesa.

La targa che menziono  vuole ricordare una efferata strage che si svolse all’interno di detta villa e  colpì la famiglia Einstein per mano dei soldati tedeschi della Wehrmacht.  La villa era frequentata da persone di spicco sia nel campo artistico che letterario come Giacomo Balla e Gino Severini, anche la figlia di Thomas Mann e crocerossine della resistenza frequentavano la villa. Abbinata alla villa era una chiesa, dove la domenica si celebrava la S. Messa nonostante i proprietari fossero ebrei e molti ospiti valdesi.

 

Le figlie e cugine, Nina e Robert.

Nell’autunno del 1943, la villa era stata requisita dalla Wehrmacht  per farne un quartier generale  la famiglia fu costretta a trasferirsi in una casa colonica, ma fino alla primavera del 1944 non ricevette molestie. Con l’avvicinarsi del fronte sotto la spinta dell’esercito alleato la situazione si fece più tesa ed il movimento partigiano più attivo,  tanto che Robert, unico ebreo, fu convinto dai partigiani a rifugiarsi in mezzo a loro per non farsi deportare. I tedeschi provarono con ogni mezzo a far tornare Robert alla fattoria e,  sapendolo nei dintorni,  costringevano la moglie a chiamarlo ad alta voce. Verso la fine di luglio le forze alleate erano già nel valdarno e spingevano le armate tedesche verso Firenze. Tutto precipitò agli inizi di agosto, le truppe tedesche occupanti si ritirarono e  il 4 agosto arrivarono soldati del 104° Reggimento Panzergrenadier della Wehrmacht, i quali cominciarono a rovistare per tutta la fattoria  saccheggiando cantine e dispense, dopo  riunirono le donne della famiglia Einstein, e inutilmente cercarono di farsi dire dove si trovava Robert. Infine prelevarono la moglie e le due figlie, trascurando le cugine Mazzetti, che vivevano con loro, le portarono in una stanza al piano terra della villa e le uccisero con il mitra. Poi incendiarono la villa e si allontanarono dal luogo del misfatto. Si dice che l’ordine di uccidere i parenti di Albert sia venuto dall’alto comando tedesco per colpire negli affetti lo scienziato rifugiatosi in America.  Albert, che era rifugiato nei paraggi vide da lontano buciare la sua villa e sconvolto trovò i cadaveri della moglie e figlie. Poche ore dopo arrivarono gli alleati. Assieme alle truppe viaggiava un giovane assistente del fisico Albert Einstein inviato con lo scopo di rintracciare e salvare la famiglia del suo maestro, purtroppo il suo intervento era stato tardivo. L’ingegnere Robert, sconvolto, vagava nella per la campagna sconvolto cercando anch’esso la morte, ma ne fu distolto al momento dall’affetto dei suoi coloni. L’anno dopo il 13 luglio del 1945 non resistendo all’amarezza della perdita della sua famiglia, si suicidò con il veleno, nella stessa stanza dove avevo trovato la morte la moglie e le figlie.

Monumento cimiteriale della Badiuzza a Rignano sull’Arno FI

Le salme della famiglia di Robert Einstain sono tumolate nel cimitero di Rignano v.

Questo avvenimento è stato dimenticato per lunghi anni. Nel 1957 lo storico Carlo Gentile individuò i probabili  responsabili del  104° Reggimento Panzergrenadier della Wehrmacht, ma la giustizia non ha mai dato corso alla ricerca degli esecutori.

Il 25 aprile l 2005 il comune di Perugia e di Corciano hanno eretto il cippo con targa a ricordo dell’annientamento di tutta la famiglia di Robert Einstein, misfatto perpretato a Rignano sull’Arno, dando il suo nome a tutto il Parco della Trinità.

Graziano Galletti, 15 maggio 2015

 

SENTIERO LUNGO IL TEVERE DA PONTE VALLECEPPI A PONTE FELCINO

4 maggio 2015 – di Graziano Galletti. Foto storiche da Archivio della Memoria Condivisa Comune di Perugia.

I viaggiatori sociali del gruppo di pilotaggio Ahead PG3 di Perugia sono usciti dai borghi della città di Perugia per immergersi nella natura agreste della piana del Tevere. Questo fiume che ha segnato la storia delle nostre civiltà più antiche come gli Umbri, gli Etruschi ed i Romani,  attraversa l’Umbria come una spina dorsale.

Dopo essere disceso tumultuoso dalle falde appenniniche del monte Falterona, scorre pigro e sinuoso nella nostra pianura dando vita ad un paesaggio lussureggiante ed a una popolazione che ha urbanizzato i luoghi attorno ai ponti. E’ proprio da Ponte Valleceppi che inizia il nostro incontro con il fiume.

Sotto la guida di Sonia e Antonio imbocchiamo il sentiero che costeggia il fiume sulla riva sinistra. E’ un sentiero naturalistico facilmente percorribile, in quanto si sviluppa interamente in pianura. Il nostro obiettivo è di raggiungere Ponte Felcino ed immergerci nell’oasi di verde che è il “Bosco  Didattico”. Ci saranno da percorrere circa 4 km., ma abbiamo tutta la mattina a disposizione e, durante le soste,  Sonia ci leggerà alcune storie di attività antiche che si sono sviluppate grazie al fiume. Le storie sono tratte da un libro scritto da Giannermete Romani, grande camminatore, esploratore di sentieri e narratore.

Arrivati ad un’ansa del fiume intravediamo sull’altra sponda una massiccia torre medievale che domina il fiume e Sonia, aperto il libro ci racconta che quella che vediamo è la torre di Pretola,  eretta nel 1370 a difesa delle attività artigianali del posto in particolare del mulino adiacente.

 

 

Attività legate al fiume e svolte fino agli anni 50 del secolo scorso, erano quelle degli uncinatori, i quali con un particolare attrezzo traevano dal fiume il legname che la corrente trascinava. Il recupero del legname, era di una certa importanza per gli abitanti di Pretola, aveva regole precise ed inderogabili, per evitare liti e soprusi.

 

Una seconda attività molto praticata alla quale partecipavano uomini con carretti e moltissime donne, era quella delle lavandaie.

Quando il lavaggio degli indumenti si faceva a mano, molte famiglie perugine,  attività alberghiere o di ristorazione affidavano il cosidetto “bucato” alle lavandaie di Pretola, le quali alla domenica pomeriggio, passavano di casa in casa a raccogliere  la biancheria ed gli indumenti sporchi. Il materiale veniva portato a Pretola con dei carretti, mentre le lavandaie scendevano fino al fiume, a piedi nudi, lungo un antico sentiero denominato anche oggi “sentiero delle lavandaie” e lungo circa 4 km. Il bucato, una volta lavato e sciacquato nel fiume, veniva  il momento dell’asciugatura. Pretola era tutto uno sventolìo di biancheria. A Porta Pesa c’erano i carrettieri che con il carico, e  le lavandaie davano  il via alla riconsegna dei panni puliti nelle case dei clienti.

Il nostro itinerario dopo circa 2 km. si allarga  formando una pinetina e sui tronchi dei pini sono stati installati dei camminamenti  sospesi e delle teleferiche, che in stagione estiva fanno la gioia dei bambini, i quali, opportunamente imbragati, si avventurano in questi camminamenti sospesi.

 

 

Risalendo il corso del fiume, sempre sull’altra riva si intravede tra i fogliami  un fabbricato industriale a picco sul fiume: è il lanificio di Ponte Felcino. Sonia dal suo libro trae le notizie che ci interessano: l’edificio, di proporzioni ragguardevoli, è stato eretto nel 1858 dalla famiglia perugina Bonucci, il fiume forniva  all’opificio la forza motrice per i macchinari e per la produzione di energia elettrica. Impiegava circa 300 dipendenti e produceva stoffe, una realtà consistente per la popolazione del circondario. Il lanificio tra alterne vicende è ancora attivo, l’energia elettrica è ora fornita dalla rete nazionale collegata alla cabina che ci sta di fronte.

Il  sentiero lascia la riva sinistra quando  giungiamo ad un altro ponte che attraversiamo, è quello di Ponte Felcino, la nostra meta è vicina.

Borgo Sant’Antonio a Perugia

Una passeggiata per il borgo S. Antonio assieme agli amici del progetto Ahead ci fa conoscere luoghi e storie sconosciute agli estranei al borgo.

Il luogo prende nome da una delle porte murali di Perugia, (facente parte nel 1373 della fortezza del Monmaggiore, poi distrutta nel 1376 dai perugini) e si sviluppa per tutto Corso Bersaglieri, fino a porta Pesa (o porta Tei).

 

La strada prende nome dall’ingresso dei bersaglieri che entrando da porta S.Antonio liberarono Perugia dal dominio papalino,  in data 14 settembre 1860.

 

 

 

Il borgo fa parte del quartiere  di “Porta Sole” uno dei cinque quartieri in cui è divisa la città,  aveva un po’ perso la propria identità, ma recentemente nel 2012 è stata costituita l’associazione  “RIVIVI IL BORGO” che  ha lo scopo di valorizzare la memoria storica del sito e di far socializzare tra loro gli abitanti.

 

 

Ad accoglierci  e a farci da guida si presenta un simpatico signore ( Carlo Valiani) pieno di capelli da far invidia, che ci introduce in due luoghi sacri dedicati a S.Antonio abate (un santo eremita egiziano nato nel 251 e morto a 105 anni) protettore degli animali.

 

 

 

Il primo luogo è una chiesetta dove il santo è rappresentato da bambino. L’interno è restaurato grazie all’operosità del volontariato degli abitanti del borgo, ci sono affreschi, quadri e l’atmosfera è mistica e confortevole. Sulla strada si trovano due targhe marmoree, una dedicata all’entrata in città dei bersaglieri e l’altra riguarda il lascito di una eredità di una madre, a favore dell’università , in ricordo del figlio Francesco Rebucci

 

Il secondo luogo visitato è una chiesa vera e propria, lasciata al degrado negli anni passati, dopo che nel 1980 l’ultimo parroco se ne è andato. Anche questo luogo con l’operosità degli abitanti del borgo è stato recuperato e reso agibile.

  La chiesa non è più parrocchia, ma è ancora consacrata e a volte vi viene celebrata la messa. L’altare può essere rimosso e far spazio per allestire concerti o opere teatrali. L’interno ha la parete di testa decorata dal nostro pittore futurista  Gerardo Dottori dove due angeli emergenti da un paesaggio umbro adorano un cristo in croce ligneo.

Sotto il cristo è posizionata una statua lignea del santo, risalente alla fine del 1300. E’ stata restaurata e si presenta in buone condizioni. Sopra il portale fa sua mostra un organo monumentale del 1600, impreziosito da una raffigurazione religiosa in tondo religiosa, copia di quadro di Raffaello. Nella chiesa sono presenti moti strumenti musicali, come pianoforti, forti piano, un clavicembalo, altri due organi, timpani e altro.

 

 


La nostra guida è molto orgogliosa dei risultati dei restauri effettuati, soprattutto a mezzo del volontariato degli abitanti del borgo, descrive i risultati con quel modo schivo di chi agisce nell’interesse collettivo e non personale, ci tiene però a farci sentire il suono delle campane anch’esse recuperate perché difettose, suonare le campane è un modo per far rivivere il borgo.

 

Rientrando al museo del POST, fuori porta ci siamo fermati per fare una foto al monumento del bersagliere, ma il bersagliere non c’e più, è rimasto solo il piedistallo, la statua è stata rubata qualche giorno fa. Il monumento era stato voluto e finanziato dagli abitanti del borgo in ricordo delle gesta del 1860.

GRAZIANO GALLETTI

26 aprile 2015

Fiorivano le viole nel laboratorio di Francesco e Fabrizio

La visita al laboratorio fotografico di Francesco e Fabrizio in via dei Cartolari a Perugia ha suscitato interesse e meraviglia nel gruppo di viaggiatori del progetto Ahead che si incontrano al Post di Perugia. I due giovani fotografi ci hanno introdotto nel mondo della fotografia. Nel mondo attuale, fotografare ci appare molto semplice, pigiamo un tasto ed appare l’immagine, ma dietro a questo gesto c’è tanta tecnologia che ci appare incomprensibile. Neanche ci proviamo a capire come si forma l’immagine nei nostri tablet o smartphon, un insieme di circuiti schede elettroniche e contatti elettrici si attivano pigiando o sfiorando il nostro tasto.

 

I due giovani ci fanno capire come è semplice catturare un’immagine con una semplice scatola di cartone chiusa, sul fondo della quale si spalma una gelatina di sali d’argento e si fa penetrare la luce per un determinato tempo all’interno della scatola, attraverso un piccolo foro. L’invenzione della fotografia è tutta qui: la capacità dei sali d’argento di reagire in vario modo a seconda dell’intensità della luce. Per più di un secolo e mezzo questo è stato il procedimento per ottenere le foto, certo con rullini di celluloide o altre materie plastiche, con macchine fotografiche e obbiettivi di vario genere, ma sempre con camera oscura, foro chiuso da un otturatore, tempo di posa. L’avvento dei computer e del digitale hanno rivoluzionato il modo di fotografare e mandato in pensione pellicole fotografiche e relative macchine, anche le più sofisticate.

Ma i due giovani fotografi si sono ribellati all’avanzata del digitale e come archeologi hanno raccolto reperti antichi di macchine fotografiche di legno o reflex, treppiedi e teleobiettivi, ridando vita ad una tecnica dimenticata. Sono anche sperimentatori in quanto riescono ad impressionare le immagini fotografiche in qualsiasi superficie, perfino all’interno di un guscio d’ovo.

 

Costruiscono manualmente macchinette fotografiche con materiali poveri, come cartone e legno e sviluppano e stampano le fotografie con le vecchie tecniche dei nostri antenati. La loro camera oscura per lo sviluppo, è costituita da una tenda da campeggio e i reagenti per lo sviluppo sono contenuti un semplici bacinelle rettangolari, dalle quali magicamente si formano le immagini catturate all’interno delle scatolette con il foro.

Il loro negozio è un bailame di macchine ed accessori per fotografare e crea un suggestivo colpo d’occhio in contrasto con l’asettico ordine dei negozi moderni.

Ma lo scopo dei viaggiatori sociali non è solo di osservare ed apprendere passivamente, ma anche quello di essere curiosi, indagare ed allargare la conoscenza ed ecco che parlando di vecchie fotografie il discorso cade su testimonianze di antichi avvenimenti relativi a fatti avvenuti a Perugia. Viene fuori che Francesco è interessato a raccogliere queste testimonianze e il discorso cade sul circo di Buffalo Bill a Perugia. Francesco ha raccontato questo fatto in un suo blog, ma ha solo l’immagine “dell’uomo forzuto”, a me sembra di avere una foto del circo a S. Giuliana. Un altro corsista, Diego,  fa presente che un altro fatto eclatante a Perugia fu l’esposizione di una balena imbalsamata, ma non si ricordava esattamente i fatti se non la puzza che emanava.

A casa faccio una lunga ricerca della foto del circo di Buffalo Bill ed infine la ritrovo. Con Francesco scambio un certo numero di e-mail e gli invio la foto.

 

 

 

 

 

 

Con ostinazione faccio una ricerca anche della balena e scopro che effettivamente negli anni 50 una balena di 24 mt., caricata su un TIR girava per le città europee e anche italiane. Si hanno notizie e fotografie di esposizioni a Torino, Bologna Roma e Napoli. Non ci sono documenti relativi a Perugia, ma è probabile che nel trasferimento lungo la penisola, sia stata fatta una sosta anche nella nostra città. I ricordi del nostro compagno d corso potrebbe confermarlo. Recupero dal Web foto e notizie e le invio a Francesco, ne discutiamo assieme ed anche lui concorda su quanto ho intuito.

Un piccolo avvenimento che testimonia come dal caso si ottengano informazioni impensabili, ma è la curiosità che spinge l’uomo ad apprendere sempre di più, anche al di fuori dei propri interessi.

Graziano Galletti, 22 aprile 2014

 

Parco Santa Margherita

Testo: Graziano Galletti

Foto storiche da Archivio della Provincia di Perugia, Centro Multimediale di Informazione e Ricerca, collezione dell’ex Manicomio Provinciale di S. Margherita, non inventariato.

Oggi 23 marzo visita al parco S. Margherita, un polmone verde a ridosso della citta’ est ( Perugia). Il parco, di proprietà provinciale,  è aperto a tutti e gli edifici presenti sono adibiti a istituti scolastici come il liceo scientifico,  l’istituto tecnico per geometri e l’università per stranieri, nonchè ambulatori USL. Il parco copre un’area di 40 ettari ed è percorso da strade interne che collegano i vari edifici.  Percorrendo queste strade si hanno punti di vista verso il monte Subasio ed Assisi, di grande effetto. Il parco è utilizzato per molteplici attività, oltre a quelle istituzionali, come  gli orti dei pensionati, dove gli assegnatari passano il loro tempo coltivando zucchine ed insalate. Per accedere alla zona degli orti si passa di fianco ad una costruzione, una volta adibita a casa colonica. Nella visita al parco ci siamo fermati in questo posto ed abbiamo trovato ad attenderci delle persone che ci hanno offerto caffè, bibite e dolcetti. Alcuni di loro ci hanno raccontato che lì passano le loro giornate in attività utili.

                                                                                                                                                                                                                                       Non mi è stato chiaro lo svolgersi di queste attività, nè perchè queste persone sono lì, intuisco che in quel posto danno uno scopo alla loro vita. Abbiamo parlato senza chiedere troppo o scendere in particolari, ci siamo salutati con calore, andandocene con qualche interrogativo nella mente. Procedendo oltre l’edificio si incontra una specie di anfiteatro circolare a gradoni, dove molti si recano per altre attività o per semplice contemplazione. Nel passato autunno noi frequentatori del corso di pittura dell’UNITRE ci siamo riuniti in questo luogo e armati di cavalletti, tele e colori abbiamo cercato dall’ambiente, ispirazione per i nostri quadri.

Ricordi di un bambino di 5 anni

Sembra strano che un lontano ricordo di un bambino di 5 anni sia rimasto nella sua mente fino a tarda età, ma certe cose accadono, mentre il ricordo di altri avvenimenti, anche più vicini e più eclatanti, svaniscono.

Sono nato nel 1939, il 19 agosto,   i primi ricordi,  intorno ai 5 anni,  sono legati  agli avvenimenti di un giorno funesto,  per la comunità del mio paese:  “Pratantico” una frazione alla periferia di Arezzo ad appena 3 km.  dalla città. La data il 19 marzo 1944.

Il paese è  costituito da un gruppo di case disposte lungo la strada statale n° 69 che collega Arezzo con Firenze, attraversando il Valdarno. Alcune case sono antiche proprietà ottocentesche di famiglie di possidenti agrari altre di case di lavoratori. Alle spalle delle case si estendono i campi coltivati dai contadini. Il paese è prossimo anche al  “Canale della Chiana” che confluisce, poche centinaia dopo, nell’Arno, in quell’ansa che,  venendo dal Casentino,  il fiume forma per rivolgere il suo corso verso Firenze e quindi (come dice Dante) volge le spalle ad Arezzo.

Il canale fa parte della bonifica della Val di Chiana voluta nel 1700 dai Lorena per bonificare una vasta zona paludosa che andava da  Fabro ad Arezzo (in età romana a Fabro fu realizzato un enorme sbarramento che impediva alle acque della val di Chiana di riversarsi sul Tevere, evitando le alluvioni a Roma. Risultato tutta la valle a monte si impaludò).

 

 

Il canale maestro della Chiana in prossimità di Pratantico scorre in un alveo naturale molto incassato le cui sponde distano circa 300 mt. Per superare questo sbarramento in modo rettilineo nel 1932 fu costruito,  dall’allora regime, un ponte di 14 arcate, lungo 300 mt. e alto circa 50 mt. Un esempio di ingegneria avanzata per l’epoca. Gli fu dato il nome di “Ponte di Pratantico”. A questo ponte aveva lavorato, appena ventenne, anche mio padre come manutentore di una teleferica necessaria alla costruzione.

 

Retrocediamo nel tempo ai  primi mesi del  1944, l’esercito tedesco era in ritirata spinto dalle forze alleate che stavano risalendo la penisola, ma nei pressi di Arezzo il fronte si fermò e la guerra fu devastante.  Quasi ogni giorno gli aerei alleati bombardavano Arezzo e dintorni e si accanivano  particolarmente per centrare e distruggere il Ponte di Pratantico,  per interrompere l’importante via di comunicazione:  70 volte ci provarono senza mai colpirlo.

All’arrivo degli aerei suonavano le sirene d’allarme e la popolazione, non avendo rifugi dove ripararsi, si allontanava dalle case disperdendosi nei campi coltivati.

Finito l’allarme tutti rientravano in paese.

Il giorno di S. Giuseppe 1944  a mezzogiorno circa,  si udirono le sirene di allarme.

Il ricordo di me bambino comincia da quel giorno di festa, mio padre  Esquilio, aveva rimediato per il pranzo della trippa di maiale (era una cosa rara, i generi alimentari non si trovavano) e mia madre Sofia,  la stava cucinando in un tegame, sul fornello a carbone.  Ho ancora nitido il ricordo del tegame sul fornello con la trippa in umido, tagliata a striscioline.

Mio padre mi prese in braccio e corse via, allontanandosi dalle case. Mia sorella, 8 anni più grande di me, e mia madre erano già fuggite. Assieme a noi correvano anche i nostri vicini, in particolare la famiglia Rossi, il padre aveva in  braccio sua figlia, la piccola Rita di 4 anni. Mentre  tutti correvano si sentivano i rumori degli aerei ad alta quota, il rumore si attenuò e si videro  luccicare in aria i cosi detti “spezzoni”, bombe distruttive lanciate per demolire il ponte.

Questa volta i bombardieri avevano fallito clamorosamente il bersaglio,  le bombe erano state sganciate non in prossimità del ponte, ma oltre il nostro paese, proprio nel punto che  gli abitanti ritenevono  sicuro e dove si erano diretti.

Nel cadere a terra le bombe avevano formato dei grossi crateri del diametro di circa 10 mt. facendo sollevare verso l’alto grandi quantità di terra, che poi ricadeva al suolo in forma di zolle.

Quando mio padre vide cadere dal cielo le bombe si buttò a terra e mi coprì con il suo corpo, perciò non vidi  le bombe cadere, ma il mio braccio che stava attorno al collo di mio padre, rimase scoperto e sentii i colpi delle zolle di terra  che lo colpivano. Finita la grandinata di terra ci rialzammo e i grandi si chiamavano l’un l’altro per constatare eventuali feriti.

Noi non c’eravamo fatti niente, ma mia madre e mia sorella non rispondevano ai richiami. Dopo un po’ mia sorella giunse di corsa piangente dicendo che aveva corso tanto che era arrivata oltre la zona dove erano cadute le bombe, ma mia madre non si trovava. Infine sentimmo i suoi lamenti, da un fosso  poco lontano, dove si era gettata, ma un albero le era caduto sule spalle imprigionandola nel fosso. Con l’aiuto di altri fu sollevato l’albero e tolta mia madre dal fosso.  La caduta del’albero le aveva procurato delle ferite e forse anche delle rotture ossee, per cui non poteva muoversi.

Poco lontano una ragazza era in stato di choc per la paura e piangeva dirottamente. I paesani che non avevano subito ferite cominciarono a cercare coloro che mancavano, molti erano stati ricoperti dalla terra sollevata dall’esplosioni, e con mezzi di fortuna erano stati liberati dal peso della terra. Mancava solo la famiglia Rossi. Tutti affannosamente cercavano di individuare dove fossero sotterrati e dopo un po’ fu individuato il punto dove era la madre, poi il padre. Ambedue erano carponi contro terra ed erano riusciti comunque a respirare. Benché contusi erano in buone condizioni.

La piccola Rita non si trovava, era in braccio al padre, ma nel cadere gli era sfuggita  e non si capiva in che direzione fosse. Scavarono tutto intorno  dove era prima  il padre ed alfine la trovarono. Era con il volto verso il cielo, la terra l’aveva ricoperta abbondantemente e le aveva impedito di respirare, così era morta d’asfissia. Fu l’unica vittima di quel bombardamento.

Per mia madre occorrevano soccorsi. Ricordo che fu portata a braccia fin sulla strada statale e dopo non so quanto tempo giunse un’ambulanza che portò via lei e la ragazza piangente verso l’ospedale.  Allora non lo sapevo, ma l’ospedale non si trovava più ad Arezzo, occupata dai tedeschi e soggetta a bombardamenti,  ma a Laterina a circa 20 km. da noi in una villa trasformata in ospedale. Nelle ore successive rientrammo in casa a verificare i danni. Lo spostamento d’aria delle bombe aveva fatto tremare le abitazioni e in cucina erano caduti dei calcinacci dal soffitto, il tegame con la trippa era sempre lì, ma pieno di calcinacci.

Il ponte  fu minato tutto dai tedeschi durante la ritirata.  Alcuni coraggiosi riuscirono a disinnescare  buona parte delle mine, ma non tutte e l’arco maggiore della luce di 30 mt. e alto 50 venne demolito dall’esplosione. L’arco fu ricostruito nel  nel dopoguerra.

 

Nel 2012  ricorrendo l’80° anno della sua costruzione fu fatta una manutenzione straordinaria dell’intero ponte e sulla sede stradale all’inizio del ponte fu rinvenuta una bomba inesplosa da 200 kg.

Finiti i lavori di manutenzione il ponte di Pratantico è stato di nuovo inaugurato con una cerimonia pubblica ed il taglio del nastro è stato affidato alla sig. Maria Rossi novantenne (nipote di Don Benedetto, vecchio prete del paese di quando ero ragazzo),  in quanto più vecchia testimone delle vicende del Ponte di Pratantico

Graziano Galletti