Una passeggiata della memoria…

IN MEMORIA DI ROBERT EINSTEIN CUGINO  DI ALBERT

di GRAZIANO GALLETTI

Il racconto di Sonia Sorci, riguardante l’ufficiale tedesco buono della Wermach, che si è immolato perché non condivideva la ferocia del suo esercito, mi ha fatto ricordare  che, durante una passeggiata sul vialone del Colle della Trinità (PG), mi sono imbattuto tempo indietro, in un cippo che sorreggeva una targa commemorativa  alla memoria di Robert Einstein, cugino per parte paterna del più celebre  Albert.

La cosa mi aveva  incuriosito in quanto non riuscivo a collegare gli Einstein con il nostro territorio. Con la pazienza e la ricerca  ho approfondito le ragioni che hanno spinto le nostre autorità a collocare quella targa in quel dato posto. La targa non è molto bella, è in plexiglas fissata ad un masso e seminascosta da una siepe. Sul bordo vi è riportata la scritta che la stessa era stata collocata nel 2000 e riposizionata nel 2005, probabilmente in questo lasso di tempo era stata asportata, forse la prima targa era in ottone e più pregiata. In poche righe descrive la dolorosa storia della famiglia di Robert. Spiegazioni più ampie le ho trovate sulle indagini dello storico Carlo Gentile e sul libro “Il cielo cade” di Lorenza Mazzetti.

La storia si ricollega a quando Robert e Albert da ragazzi,  vivevano insieme la loro fanciullezza, prima in Germania e poi in Italia. Avvicinandosi gli anni difficili  per le generazioni di origine ebraica,  i due cugini si divisero, Albert lasciò la Germania nel 1933 per trasferirsi in America, mentre Robert partì per l’Italia  nel 1936, assieme alla famiglia, dopo la laurea in ingegneria e dopo aver sposato Mina Mazzetti.  Acquistò una tenuta agricola a Monte Malbe (Perugia) e qui fece edificare una scuola per allevamento di cavalli. L’anno dopo nel 1937, vendette la tenuta perugina e si trasferì, con la moglie Cesarina detta Nina, le figlie Luce di 20 anni e Anna Maria di 11, a Rignano sull’Arno acquistando una fattoria, con una bella e spaziosa costruzione, Villa Focardo.

La fattoria Focardo con annessa la chiesa.

La targa che menziono  vuole ricordare una efferata strage che si svolse all’interno di detta villa e  colpì la famiglia Einstein per mano dei soldati tedeschi della Wehrmacht.  La villa era frequentata da persone di spicco sia nel campo artistico che letterario come Giacomo Balla e Gino Severini, anche la figlia di Thomas Mann e crocerossine della resistenza frequentavano la villa. Abbinata alla villa era una chiesa, dove la domenica si celebrava la S. Messa nonostante i proprietari fossero ebrei e molti ospiti valdesi.

 

Le figlie e cugine, Nina e Robert.

Nell’autunno del 1943, la villa era stata requisita dalla Wehrmacht  per farne un quartier generale  la famiglia fu costretta a trasferirsi in una casa colonica, ma fino alla primavera del 1944 non ricevette molestie. Con l’avvicinarsi del fronte sotto la spinta dell’esercito alleato la situazione si fece più tesa ed il movimento partigiano più attivo,  tanto che Robert, unico ebreo, fu convinto dai partigiani a rifugiarsi in mezzo a loro per non farsi deportare. I tedeschi provarono con ogni mezzo a far tornare Robert alla fattoria e,  sapendolo nei dintorni,  costringevano la moglie a chiamarlo ad alta voce. Verso la fine di luglio le forze alleate erano già nel valdarno e spingevano le armate tedesche verso Firenze. Tutto precipitò agli inizi di agosto, le truppe tedesche occupanti si ritirarono e  il 4 agosto arrivarono soldati del 104° Reggimento Panzergrenadier della Wehrmacht, i quali cominciarono a rovistare per tutta la fattoria  saccheggiando cantine e dispense, dopo  riunirono le donne della famiglia Einstein, e inutilmente cercarono di farsi dire dove si trovava Robert. Infine prelevarono la moglie e le due figlie, trascurando le cugine Mazzetti, che vivevano con loro, le portarono in una stanza al piano terra della villa e le uccisero con il mitra. Poi incendiarono la villa e si allontanarono dal luogo del misfatto. Si dice che l’ordine di uccidere i parenti di Albert sia venuto dall’alto comando tedesco per colpire negli affetti lo scienziato rifugiatosi in America.  Albert, che era rifugiato nei paraggi vide da lontano buciare la sua villa e sconvolto trovò i cadaveri della moglie e figlie. Poche ore dopo arrivarono gli alleati. Assieme alle truppe viaggiava un giovane assistente del fisico Albert Einstein inviato con lo scopo di rintracciare e salvare la famiglia del suo maestro, purtroppo il suo intervento era stato tardivo. L’ingegnere Robert, sconvolto, vagava nella per la campagna sconvolto cercando anch’esso la morte, ma ne fu distolto al momento dall’affetto dei suoi coloni. L’anno dopo il 13 luglio del 1945 non resistendo all’amarezza della perdita della sua famiglia, si suicidò con il veleno, nella stessa stanza dove avevo trovato la morte la moglie e le figlie.

Monumento cimiteriale della Badiuzza a Rignano sull’Arno FI

Le salme della famiglia di Robert Einstain sono tumolate nel cimitero di Rignano v.

Questo avvenimento è stato dimenticato per lunghi anni. Nel 1957 lo storico Carlo Gentile individuò i probabili  responsabili del  104° Reggimento Panzergrenadier della Wehrmacht, ma la giustizia non ha mai dato corso alla ricerca degli esecutori.

Il 25 aprile l 2005 il comune di Perugia e di Corciano hanno eretto il cippo con targa a ricordo dell’annientamento di tutta la famiglia di Robert Einstein, misfatto perpretato a Rignano sull’Arno, dando il suo nome a tutto il Parco della Trinità.

Graziano Galletti, 15 maggio 2015

 

SENTIERO LUNGO IL TEVERE DA PONTE VALLECEPPI A PONTE FELCINO

4 maggio 2015 – di Graziano Galletti. Foto storiche da Archivio della Memoria Condivisa Comune di Perugia.

I viaggiatori sociali del gruppo di pilotaggio Ahead PG3 di Perugia sono usciti dai borghi della città di Perugia per immergersi nella natura agreste della piana del Tevere. Questo fiume che ha segnato la storia delle nostre civiltà più antiche come gli Umbri, gli Etruschi ed i Romani,  attraversa l’Umbria come una spina dorsale.

Dopo essere disceso tumultuoso dalle falde appenniniche del monte Falterona, scorre pigro e sinuoso nella nostra pianura dando vita ad un paesaggio lussureggiante ed a una popolazione che ha urbanizzato i luoghi attorno ai ponti. E’ proprio da Ponte Valleceppi che inizia il nostro incontro con il fiume.

Sotto la guida di Sonia e Antonio imbocchiamo il sentiero che costeggia il fiume sulla riva sinistra. E’ un sentiero naturalistico facilmente percorribile, in quanto si sviluppa interamente in pianura. Il nostro obiettivo è di raggiungere Ponte Felcino ed immergerci nell’oasi di verde che è il “Bosco  Didattico”. Ci saranno da percorrere circa 4 km., ma abbiamo tutta la mattina a disposizione e, durante le soste,  Sonia ci leggerà alcune storie di attività antiche che si sono sviluppate grazie al fiume. Le storie sono tratte da un libro scritto da Giannermete Romani, grande camminatore, esploratore di sentieri e narratore.

Arrivati ad un’ansa del fiume intravediamo sull’altra sponda una massiccia torre medievale che domina il fiume e Sonia, aperto il libro ci racconta che quella che vediamo è la torre di Pretola,  eretta nel 1370 a difesa delle attività artigianali del posto in particolare del mulino adiacente.

 

 

Attività legate al fiume e svolte fino agli anni 50 del secolo scorso, erano quelle degli uncinatori, i quali con un particolare attrezzo traevano dal fiume il legname che la corrente trascinava. Il recupero del legname, era di una certa importanza per gli abitanti di Pretola, aveva regole precise ed inderogabili, per evitare liti e soprusi.

 

Una seconda attività molto praticata alla quale partecipavano uomini con carretti e moltissime donne, era quella delle lavandaie.

Quando il lavaggio degli indumenti si faceva a mano, molte famiglie perugine,  attività alberghiere o di ristorazione affidavano il cosidetto “bucato” alle lavandaie di Pretola, le quali alla domenica pomeriggio, passavano di casa in casa a raccogliere  la biancheria ed gli indumenti sporchi. Il materiale veniva portato a Pretola con dei carretti, mentre le lavandaie scendevano fino al fiume, a piedi nudi, lungo un antico sentiero denominato anche oggi “sentiero delle lavandaie” e lungo circa 4 km. Il bucato, una volta lavato e sciacquato nel fiume, veniva  il momento dell’asciugatura. Pretola era tutto uno sventolìo di biancheria. A Porta Pesa c’erano i carrettieri che con il carico, e  le lavandaie davano  il via alla riconsegna dei panni puliti nelle case dei clienti.

Il nostro itinerario dopo circa 2 km. si allarga  formando una pinetina e sui tronchi dei pini sono stati installati dei camminamenti  sospesi e delle teleferiche, che in stagione estiva fanno la gioia dei bambini, i quali, opportunamente imbragati, si avventurano in questi camminamenti sospesi.

 

 

Risalendo il corso del fiume, sempre sull’altra riva si intravede tra i fogliami  un fabbricato industriale a picco sul fiume: è il lanificio di Ponte Felcino. Sonia dal suo libro trae le notizie che ci interessano: l’edificio, di proporzioni ragguardevoli, è stato eretto nel 1858 dalla famiglia perugina Bonucci, il fiume forniva  all’opificio la forza motrice per i macchinari e per la produzione di energia elettrica. Impiegava circa 300 dipendenti e produceva stoffe, una realtà consistente per la popolazione del circondario. Il lanificio tra alterne vicende è ancora attivo, l’energia elettrica è ora fornita dalla rete nazionale collegata alla cabina che ci sta di fronte.

Il  sentiero lascia la riva sinistra quando  giungiamo ad un altro ponte che attraversiamo, è quello di Ponte Felcino, la nostra meta è vicina.

Borgo Sant’Antonio a Perugia

Una passeggiata per il borgo S. Antonio assieme agli amici del progetto Ahead ci fa conoscere luoghi e storie sconosciute agli estranei al borgo.

Il luogo prende nome da una delle porte murali di Perugia, (facente parte nel 1373 della fortezza del Monmaggiore, poi distrutta nel 1376 dai perugini) e si sviluppa per tutto Corso Bersaglieri, fino a porta Pesa (o porta Tei).

 

La strada prende nome dall’ingresso dei bersaglieri che entrando da porta S.Antonio liberarono Perugia dal dominio papalino,  in data 14 settembre 1860.

 

 

 

Il borgo fa parte del quartiere  di “Porta Sole” uno dei cinque quartieri in cui è divisa la città,  aveva un po’ perso la propria identità, ma recentemente nel 2012 è stata costituita l’associazione  “RIVIVI IL BORGO” che  ha lo scopo di valorizzare la memoria storica del sito e di far socializzare tra loro gli abitanti.

 

 

Ad accoglierci  e a farci da guida si presenta un simpatico signore ( Carlo Valiani) pieno di capelli da far invidia, che ci introduce in due luoghi sacri dedicati a S.Antonio abate (un santo eremita egiziano nato nel 251 e morto a 105 anni) protettore degli animali.

 

 

 

Il primo luogo è una chiesetta dove il santo è rappresentato da bambino. L’interno è restaurato grazie all’operosità del volontariato degli abitanti del borgo, ci sono affreschi, quadri e l’atmosfera è mistica e confortevole. Sulla strada si trovano due targhe marmoree, una dedicata all’entrata in città dei bersaglieri e l’altra riguarda il lascito di una eredità di una madre, a favore dell’università , in ricordo del figlio Francesco Rebucci

 

Il secondo luogo visitato è una chiesa vera e propria, lasciata al degrado negli anni passati, dopo che nel 1980 l’ultimo parroco se ne è andato. Anche questo luogo con l’operosità degli abitanti del borgo è stato recuperato e reso agibile.

  La chiesa non è più parrocchia, ma è ancora consacrata e a volte vi viene celebrata la messa. L’altare può essere rimosso e far spazio per allestire concerti o opere teatrali. L’interno ha la parete di testa decorata dal nostro pittore futurista  Gerardo Dottori dove due angeli emergenti da un paesaggio umbro adorano un cristo in croce ligneo.

Sotto il cristo è posizionata una statua lignea del santo, risalente alla fine del 1300. E’ stata restaurata e si presenta in buone condizioni. Sopra il portale fa sua mostra un organo monumentale del 1600, impreziosito da una raffigurazione religiosa in tondo religiosa, copia di quadro di Raffaello. Nella chiesa sono presenti moti strumenti musicali, come pianoforti, forti piano, un clavicembalo, altri due organi, timpani e altro.

 

 


La nostra guida è molto orgogliosa dei risultati dei restauri effettuati, soprattutto a mezzo del volontariato degli abitanti del borgo, descrive i risultati con quel modo schivo di chi agisce nell’interesse collettivo e non personale, ci tiene però a farci sentire il suono delle campane anch’esse recuperate perché difettose, suonare le campane è un modo per far rivivere il borgo.

 

Rientrando al museo del POST, fuori porta ci siamo fermati per fare una foto al monumento del bersagliere, ma il bersagliere non c’e più, è rimasto solo il piedistallo, la statua è stata rubata qualche giorno fa. Il monumento era stato voluto e finanziato dagli abitanti del borgo in ricordo delle gesta del 1860.

GRAZIANO GALLETTI

26 aprile 2015

Visita alla casa-famiglia nel parco S.Margherita

Testo: Rita Tili

Foto storiche da Archivio della Provincia di Perugia, Centro Multimediale di Informazione e Ricerca, collezione dell’ex Manicomio Provinciale di S. Margherita, non inventariato.

E’ una bella giornata di sole ed entriamo nel parco passando davanti alla casina rossa, un tempo sede del custode e porta d’ingresso dell’ospedale psichiatrico o manicomio come comunemente veniva chiamato a Perugia.

Ho percorso per tanti anni questa strada, ho avuto la fortuna di lavorare nel parco presso il Centro Infanzia “Il Tiglio”, una scuola per bambini da tre mesi a sei anni che nella sua scelta educativa portava la memoria del superamento delle istituzioni totali: scuola aperta al suo interno e all’esterno, uscite nel parco e nella città a piedi e con il “pulmino”, vacanze in campeggio e al mare a Cesenatico, tutti insieme, operatori, bambini, genitori, nonni, un’esperienza 0-90 anni, feste al “Il Tiglio” con tanti bambini e adulti.

Questi sono i ricordi che affiorano mentre andiamo giù fino alla casa famiglia per una strada scoscesa, attraversando questo bel  parco adorno di grandi alberi, passando davanti ai padiglioni dove ora studiano giovani provenienti oltre che dal territorio circostante anche da tutte le parti del mondo.

A ridosso degli orti coltivati dai pensionati, piccoli appezzamenti di terra messi a disposizione gratuitamente dall’amministrazione provinciale, sorge una casa colonica, un tempo fattoria dello psichiatrico. Gli ospiti della casa famiglia ci accolgono cordialmente offrendoci una gustosa merenda all’aria aperta, sotto il pergolato, tra il verde e i fiori. Si respira un’atmosfera serena anche se si ha l’impressione che il tempo sia sospeso, fermo, scandito da un ritmo sempre uguale rotto da qualche piccola sorpresa come il nostro arrivo o, come spiega un’operatrice, dagli studenti che scendono per la ginnastica, dagli ortolani e d’estate dalle varie iniziative che si svolgono nell’anfiteatro.

Si riprende la strada in salita prima dell’uscita delle scuole che romperà il silenzio e la purezza dell’aria del parco, per ritornare con il fiatone alla sede del Post nel Borgo S.Antonio.

Tempi moderni

La signora Rosetta, quando era andata in pensione, si era regalata uno di quegli aggeggi diabolici che tanto vanno per la maggiore tra giovani e meno giovani, un Tablet, tanto per stare al passo con la modernità.

Arrivò con il corriere perché acquistato via internet con carta di credito, bianco candido con tanto di custodia e penna, ma senza manuale di istruzione “perché tanto è intuitivo” disse sua figlia, “per chi?” pensò la signora rosetta. Infatti per lei l’intuizione non funzionava e guardava piena d’invidia e sconsolata i ragazzini che a testa bassa smanettavano i loro maledetti smartphone. Tutt’al più riusciva ad andare in internet, ma quello aveva tante funzioni, applicazioni, si potevano fare e inviare foto, video e molto altro ancora, ma non le riusciva a raccapezzarsi e nessuno l’aiutava.

Finalmente si iscrisse a un corso per un uso creativo del mezzo in questione per allievi non più giovanissimi, quindi con insegnanti sicuramente bravi e molto pazienti.

Il giorno dell’inizio del corso, emozionata come il primo giorno di scuola, un po’ svagata rassettò la casa e, per non sentirsi in colpa con il suo uomo che stava al lavoro…mise sul fuoco una pentola di ceci per il pranzo e…. si preparò per uscire.

Era lì al corso che prometteva bene, secondo le sue aspettative, quando improvvisamente le balenò un pensiero malvagio “ho spento o non ho spento il fuoco?”.

Scacciò il pensiero, il corso era più interessante dei ceci.

Arrivò a casa e l’accolse un odore tremendo anche se il fumo denso non c’era più perché suo marito aveva spalancato tutte le finestre e aveva preparato…..un piatto di spaghetti alla carbonara con pancetta affumicata.

 

Rita Tili

ERITREA, PONTE DELLA PIETRA E…DARWIN.

Ricordare qualcosa di importante…

Il ricordo non può che andare a mia zia Emma, nel primo dopo guerra.

Zia Emma era la postina di Ponte della Pietra, quando era un piccolo  paesino di 64 famiglie su di un’ estensione notevolissima: dal cimitero di Pila al cimitero di Ponte della Pietra e dal monte Vesticciano, o Vestirciano, sino a San Sisto.

Il suo ufficio, poco più di un metro per due, era un angolo ricavato nella  bottega da fabbro  di mio nonno, con una buchetta nel frontespizio di forse 50 per 50 cm per il “pubblico”.

Io non ho visto mai nessuno.

Bottega da fabbro di allora con forgia, un bancone, un’incudine, secchi d’acqua per raffreddare il ”ferro” infuocato che veniva battuto e forgiato, e martelli vari e  altre cose simili in un ambiente chiuso. Solo la grande porta che dava sulla strada.

Il fabbro, mio nonno, era padre di mia zia.

Tutto in famiglia.

Diciamo che l’ufficio aveva colori d’avanguardia e modernissimo, tutto nero ma di fuliggine.

Graziosa polvere nera impalpabile, ultra resistente che si depositava dappertutto, tenacemente.

La posta la portava tutti i giorni uno scassatissimo pulman di “Menchetelli”  che faceva la linea Perugia-San Vito in Monte, con deviazioni su tutti gli  “allora”paesini che incontrava sulla strada.

Strade bianche, piene di buche.

Un’ impresa ardua e impegnativa di cui forse nemmeno l’autista se ne rendeva conto.

Era tutto naturale nell’Italia del dopoguerra.

L’Italia era in crescita economica ma nessuno di noi lo sapeva.

L’autista teneva il sacco della posta, (sacco di balla con due strisce rosse con nel mezzo, in senso longitudinale, la scritta “poste italiane”)  fuori dal finestrino ondeggiando con il braccio e mia zia,  con tutti noi bambini intorno, la prendeva al volo.

Era una cosa alla buona.

La prendeva.

Si fa per dire…

Qualche metro prima o qualche metro dopo, ma in terra… condita da una robusta “zaffata” di nafta emessa dall’amico pulman che dopo aver tolto il gas per rallentare riprendeva la sua faticosa corsa in salita.

Il pulman, forse era un mitico Isotta Fraschini, di questo però non sono sicuro.

Comunque era simile a questo indicato nella foto.

Lo ricordo perché lo diceva Sandro, il figlio del “Toscano” che non poteva inventarsi un nome così.

Di sicuro aveva un muso lungo avanti che conteneva il motore e era fermato ai lati da quattro ganci “luccicanti”.

I passeggeri, sempre gli stessi, partecipavano al quotidiano avvenimento  con incitamenti vari e poi ridevano divertiti, ma senza la minima cattiveria ogni volta che l’impresa falliva.

Ci si conosceva tutti.

Il pulman  passava all’incirca alla 14,30, mezz’ora più – mezz’ora meno.

L’ufficio della posta era situato dopo la seconda curva provenendo dall’antico ponte a forte schiena d’asino, ora non più esistente, posto dove terminava la pianura della Genna e superata la  chiesa- santuario di Ponte della Pietra, iniziava la salita.

Il ponte fu costruito nel 1835 in sostituzione di “una pietra” posta in mezzo al torrente; da qui il nome di Ponte della Pietra.

Nel pieno della seconda  curva “cosiddetta del toscano”  cambiava marcia, perché non ce la faceva più e questo si sentiva da lontano e la “ persona di vedetta”, naturalmente uno di noi bambini  sul ciglio della strada, lanciava l’avviso perché il pulman  non si sarebbe potuto fermare.

Non so il perché.

Dovevamo essere pronti.

Rallentava  questo si’, ma non si fermava.

Nel caso in cui si perdeva la “coincidenza” ci avrebbe aspettato in cima alla salita, davanti alla non lontana scuola elementare.

E allora tutti in strada con la zia quando il tempo era bello.

Eravamo io, Francesco, Franco (un po’ meno), mia cugina Gabriella e Lucio, tutti cugini e della stessa età,  abitavamo tutti nello stesso stabile. A volte partecipava anche Giorgio, il figlio della maestra.

Lo stabile  era detto la “casa dei fabbri”, anche se in realtà solo mio nonno Martino era fabbro, mentre   suo fratello Giuseppe era falegname  e l’altro fratello Paolo ferrava i buoi nel travaglio  e arrotava e aggiustava gli attrezzi che si usavano nei campi di allora quali aratri, erpici, pale, roncole, falci.. …

La “posta” veniva poi portata quasi sempre, da noi ragazzi non  appena un po’ cresciuti

La tratta preferita era: bottega del fabbro- ufficio della posta (!)  -  Monte Vesticciano.

E qui era una corsa in massa. Due volte la settimana con il tempo bello, altrimenti si rimandava.

I partecipanti all’impresa: tutti i cugini più Giorgio e a volte anche Sandro, il figlio dl Toscano.

Racchiudeva non una maratona ma una intera olimpiade.

Si attraversava la grande strada bianca, il podere di Colombo e poi giù in discesa verso la valle attraverso il podere dei Dominici.

Infine il mitico attraversamento del torrente Genna.

Grande e immensa soddisfazione nell ’impresa costituita nell’attraversare il torrente Genna.

Piedi a bagno qualche volta.

Nessuno sapeva che allora il torrente Genna raccoglieva anche gli scarichi della città.

E poi la risalita tagliando per i campi e poi ritorno. Con calma.

Quando ero più grandino, durante l’estate,  mi davano 20 lire per ogni settimana di aiuto, ora all’una ora all’altra bottega.

Mi ricordo la promessa che me li avrebbero dati ma non  ricordo di averli mai visti…

Forse non ricordo per la mia età attuale.

Amnesie…

Mia zia Emma, dai due ai sei anni, mi ha tenuto sempre con sé, forse sorridendo dei continui litigi fra me e mia cugina Gabriella, sua figlia della stessa età, come sempre capita tra bambini specie a tavola.

Chissà poi che c’era da litigare, allora, a tavola.

Una cosa,  a dire il vero, me la ricordo bene.

Litigavamo per le righe di acqua e vino che erano nei nostri bicchieri.

Guai a che uno ne avesse una riga più dell’altro.

Ma erano due o tre righe. Di un bicchiere molto stretto in basso che si allargava poi in alto dove era il suo massimo contenuto.

Per non sbagliare a mettere ci
sarebbe voluta una particolare attrezzatura ingegneristica.

Si pregava molto e io ero noto perché volevo la preghiera corta e la fetta del pane lunga  ma non acqua e zucchero ma con miele che non mancava.

I miei abitavano, dopo che mio padre era tornato da poco (1947) dalla prigionia in Kenia e per quattro anni nessuno ha mai saputo se era vivo o morto, in via Orizzonte, al numero 5 a Perugia.

La casa di Via Orizzonte.

Mitica per allora e per chi veniva dalla campagna.

Due grossi gradini fuori, una rampa di scale interne da fare con attenzione, due piccoli ambienti, uno dentro l’altro e un gabinetto in cui si doveva entrare “ a marcia indietro” data la grandezza…

Apparecchi sanitari non erano stati ancora inventati, almeno per noi.

Chissà, forse, che il nome di questa via non abbia poi segnato la mia continua voglia di “andare”.

Nell’episodio che racconto, oggetto vero della memoria, è  presente,  ma veramente presente, oltre a mia zia Emma anche mia suocera, universalmente nota come “la Peppina”.

Mia suocera è morta a 99 anni senza mai accusare un minimo dolore, una benché minima misera influenza.

Malattie varie?  Sconosciute.

Una roccia.

Una roccia  tranne, ovviamente, gli ultimi due o tre anni in cui Milena oltre che lavorare si è trasformata poi in una amorevole badante.

Ma  cosa  abbina  queste tre persone: me, mia zia e mia suocera?

La legge di Darwin.

Osservando  mia suocera solida, sempre pronta, efficiente, intelligenza sopra la media e di molto, arguta e acuta ma silenziosa quando era opportuno… cioè spesso, io pensavo alla evoluzione della specie umana nei secoli, alla sua selezione naturale come sempre è avvenuto.

E allora pensavo che io ero un “sopravissuto”.

Grazie a mia zia Emma.

La prima volta avevo ingoiato una caramella, e quando mai c’erano allora, e mi affogavo.

Per l’esattezza “ero diventato viola”;  ho sentito tante volte questa frase.

Mia zia è corsa, mi ha preso per le gambe e a testa in giù mi ha scosso violentemente  e la caramella è fuoriuscita.

Oggi si sorriderebbe di questo sistema ma allora, per fortuna,  ha funzionato e bene…

Un episodio che non ha nulla a che vedere con la legge di Dawin ma quest’altro si.

L’amore di questa donna per me si è visto quando avevo sei anni (1948).

Ero gracilino, forse frutto di circa 18 mesi passati ad Asmara in un campo profughi inglese.

Io sono nato ad Asmara.

 

 

 

 

Io, mia madre e mio fratello Adamo siamo poi tornati a Perugia  a bordo  della nave ospedale Giulio Cesare, o Caio Duilio , non ricordo bene. Da qualche parte nascosti in qualche cassetto ci dovrebbero essere ancora i biglietti, di sola andata, di color verde scoloriti.  Abbiamo circumnavigato  l’Africa in due mesi. E poi Taranto- Perugia in treno, sette giorni, senza nulla da mangiare, elemosinando nelle varie tratte.

Biglietto gratis pagato dagli inglesi il cui costo lo avranno ripreso quando l’Italia ha pagato i danni di guerra…

Io li ho sempre odiati gli inglesi. Tutta la mia famiglia li ha odiati. Non un prodotto inglese nel tempo è mai entrato nella nostra casa. E questo senza rendercene conto.

Mi fu diagnosticata a sei anni una feroce nefrite con infezioni varie  e tutti si  stringevano le spalle forse rassegnati.

Segni di quella nefrite ci sono ancora oggi anche se attutiti.

Arrivò, però, chiamato dalla zia un dottorino da Castel del Piano il dr. Gentilucci che disse che era appena uscita una nuova medicina: la penicillina. Costo  sei mila lire a fiala. Mia zia ne comprò sei, 36 mila lire (anno 1948).

Dalla farmacia “Piccioli”.

Non aveva un centesimo.

Ricordo che faceva la postina e neanche di ruolo.

Per pagare la penicillina si andò avanti per molto tempo e i miei genitori, non ho mai saputo se avessero contribuito, non avevano un centesimo.

Si faceva a chi era più povero; forse non lo sapevano di questa gara.

E mi salvarono.

Quindi io sono un sopravissuto.

Uno che forse, per la legge di Darwin, non avrebbe certo contribuito al miglioramento della specie umana come ha fatto  la Peppina,  forte come una roccia, ma come al solito ci sono delle eccezioni.

I miei due figli Benedetta e Lorenzo sono, veramente, come un giorno mi disse un amico medico, guardando me e poi Benedetta: “Bè!.. il miglioramento della specie qui si vede”.

Alla mia età 73 anni, medicine o non medicine, però, io  ci sono arrivato. E mi piace.

E, ora,  sono in Tunisia tra tanti nuovi conoscenti-amici, ognuno con la sua storia, a volte non bella, da stringere il cuore ma altre  sono curiose e divertenti.

Intanto io e Milena non  siamo mai soli.

Ogni giorno pranzo da una amica, di Empoli che già conoscevamo, a tavola si oscilla intorno alle 12 -14 persone, fluttuanti.

Pranzo: cucina toscana (antipasto, primo, secondi e contorni vari, frutta,  acqua, coca – cola  e caffè) con correzioni perugine (aiuto chef: Milena); costo prestabilito 15 dinari a coppia (sette euro e mezzo) e c’è un utile per la padrona di casa e tanto buonumore.

Questo è il presente, per il futuro ancora non so.

 

Paolo Pierini

QUANDO CI SIAMO TRASFERITI IN CITTA’ ……gennaio 1954

Gennaio 1954…

Abito a Capocavallo,

un piccolo paese vicino Perugia, nella parte alta:

un campanile, una chiesa, la mia casa e poche altre.

 

 

Bisogna trasferirci a Perugia, la grande città…dove lavora mio padre.

Il camion di Pezzetta, che normalmente trasporta legna, ci deve portare alla nuova casa insieme alle nostre cose.

 

Io sono davanti seduta in braccio alla mamma, ho con me la gabbietta con il mio canarino. Uno o due canarini li avremo sempre in casa per tanti anni.

Tutta la gente del paese della nostra parte alta ci viene a salutare; anche Secondo il campanaio che ha il suo deschetto da calzolaio dentro il campanile.

Un personaggio magico: batte i tacchi delle scarpe e batte i tocchi delle  campane…

Arrivati a Perugia, vado all’asilo delle Suore dell’Infanzia Abbandonata per qualche mese.

A giugno, alla chiusura dell’asilo, Suor Maria regala una cartolina da appendere a tutti i bambini che andranno a scuola.

A me niente….”Anch’io vado a scuola…”  . “Non è vero!…Tu sei piccola, troppo piccola!….”.

Ricevo ugualmente la cartolina, forse per farmi stare zitta…

Arrivo a casa, la strappo…

Il 1° Ottobre, giorno anche del mio compleanno, vado davvero a scuola, la 1° elementare!…

Milena Balucca

Uccellini canterini

 

Quando sono arrivato in Italia nel 1974, dovevo regolarmente chiamare il mio fratello in Inghilterra, e ciò la sera dopo che lui era tornato dal lavoro.

Il telefono pubblico più vicino si trovava alla fattoria dei vicini. Allora si doveva chiamare l’operatore e prenotare la chiamata dandogli il proprio numero e il numero che si voleva chiamare. Poi si doveva aspettare la richiamata dell’operatore. Qualche volta per questa procedura ci voleva più di un’ora e mezza

Dopo la mia terza chiamata, la famiglia insisteva che cenassi con loro e io, molto contento, accettai.

Un amico inglese mi aveva raccontato di come era stato invitato a cena dai suoi vicini, che gli avevano offerto degli uccellino sullo spiedo come specialità. Lui aveva rifiutato l’offerta perchè l’idea di mangiare degli uccelli canterini è orribile per un inglese.

Una sera avevo accettato come altre volte l’invito a cena e mentre stavo aspettando la mia telefonata, notavo che le cose che stavano girando sugli spiedini sopra il fuoco, sembravano proprio i temuti uccellini  cantarini. Servivano la pasta e poi il pollo arrosto e con un sospiro di sollievo pensavo ch,e dopo tutto, non dovevo mangiare questi poveri  uccellini. A questo punto la nonna si alzò, prese uno spiedino dal fuoco, tirò giù due uccellini e gli pose sul mio piatto con le parole: MANGIA, GIOVANNI, MANGIA! Non si poteva rifiutare!

Fu una delle cose più gustose che ho mai mangiato…

John

Storie per ricordare – la strage di Falzano

Vivendo nella montagna Cortonese, non si può fare a meno di sentire delle storie brutte sull’ occupazione nazista della zona e sui atti di guerriglia di diversi gruppi di partigiani. Abbiamo anche sentito che la nostra casa, per un certo periodo di tempo, fu la sede principale dei militari tedeschi. La casa è situata a pochi metri della provinciale Cortona – Città di Castello, asse importante per il transito dei tedeschi. Nella nostra montagna si sono svolti tanti scontri tra partigiani e tedeschi, con morti, feriti, auto e ponti distrutti. Le rappresaglie dei tedeschi furono sempre terribili.

Il paese più colpito fu Falzano, a 5 km da noi. Lì, per vendicarsi di due soldati morti in un agguato, i soldati tedeschi uccisero un giovane, Ferdinando Cannici, che incontrarono sulla strada e bruciarono la sua casa. Poi, la mattina seguente, il 27 Giugno 1944, un centinaio di soldati tedeschi avanzò a largo raggio con i mitragliatori, incendiando e bruciando tante case coloniche ed sparando a qualsiasi persona che si trovava nel mezzo della lora avanzata. Furono uccisi una vecchia, un coltivatore e un uomo  che trovarono per caso nei campi. Poi sequestrarono 12 uomini, le rinchiusero nella casa dei Cannicci, già incendiata la sera prima, misero gelatina e la fecero saltare in aria. Bruciarono tutti vivi salvo uno che sopravvive. Dopo si accanirono ancora sulla chiesa e distrussero anche quella completamente con esplosivi.

Soltanto nel 2004 i due responsabili della strage, ormai già ottantenni, furono trovati e condannati all’ergastolo.

Oggi c’è un monumento commemorativo al posto dov’era la chiesa e ogni anno si svolge un incontro con la cittadinanza e il sindaco per non dimenticare le storie tremende della guerra.

Sabine

 

 

 

Ricordi di un bambino di 5 anni

Sembra strano che un lontano ricordo di un bambino di 5 anni sia rimasto nella sua mente fino a tarda età, ma certe cose accadono, mentre il ricordo di altri avvenimenti, anche più vicini e più eclatanti, svaniscono.

Sono nato nel 1939, il 19 agosto,   i primi ricordi,  intorno ai 5 anni,  sono legati  agli avvenimenti di un giorno funesto,  per la comunità del mio paese:  “Pratantico” una frazione alla periferia di Arezzo ad appena 3 km.  dalla città. La data il 19 marzo 1944.

Il paese è  costituito da un gruppo di case disposte lungo la strada statale n° 69 che collega Arezzo con Firenze, attraversando il Valdarno. Alcune case sono antiche proprietà ottocentesche di famiglie di possidenti agrari altre di case di lavoratori. Alle spalle delle case si estendono i campi coltivati dai contadini. Il paese è prossimo anche al  “Canale della Chiana” che confluisce, poche centinaia dopo, nell’Arno, in quell’ansa che,  venendo dal Casentino,  il fiume forma per rivolgere il suo corso verso Firenze e quindi (come dice Dante) volge le spalle ad Arezzo.

Il canale fa parte della bonifica della Val di Chiana voluta nel 1700 dai Lorena per bonificare una vasta zona paludosa che andava da  Fabro ad Arezzo (in età romana a Fabro fu realizzato un enorme sbarramento che impediva alle acque della val di Chiana di riversarsi sul Tevere, evitando le alluvioni a Roma. Risultato tutta la valle a monte si impaludò).

 

 

Il canale maestro della Chiana in prossimità di Pratantico scorre in un alveo naturale molto incassato le cui sponde distano circa 300 mt. Per superare questo sbarramento in modo rettilineo nel 1932 fu costruito,  dall’allora regime, un ponte di 14 arcate, lungo 300 mt. e alto circa 50 mt. Un esempio di ingegneria avanzata per l’epoca. Gli fu dato il nome di “Ponte di Pratantico”. A questo ponte aveva lavorato, appena ventenne, anche mio padre come manutentore di una teleferica necessaria alla costruzione.

 

Retrocediamo nel tempo ai  primi mesi del  1944, l’esercito tedesco era in ritirata spinto dalle forze alleate che stavano risalendo la penisola, ma nei pressi di Arezzo il fronte si fermò e la guerra fu devastante.  Quasi ogni giorno gli aerei alleati bombardavano Arezzo e dintorni e si accanivano  particolarmente per centrare e distruggere il Ponte di Pratantico,  per interrompere l’importante via di comunicazione:  70 volte ci provarono senza mai colpirlo.

All’arrivo degli aerei suonavano le sirene d’allarme e la popolazione, non avendo rifugi dove ripararsi, si allontanava dalle case disperdendosi nei campi coltivati.

Finito l’allarme tutti rientravano in paese.

Il giorno di S. Giuseppe 1944  a mezzogiorno circa,  si udirono le sirene di allarme.

Il ricordo di me bambino comincia da quel giorno di festa, mio padre  Esquilio, aveva rimediato per il pranzo della trippa di maiale (era una cosa rara, i generi alimentari non si trovavano) e mia madre Sofia,  la stava cucinando in un tegame, sul fornello a carbone.  Ho ancora nitido il ricordo del tegame sul fornello con la trippa in umido, tagliata a striscioline.

Mio padre mi prese in braccio e corse via, allontanandosi dalle case. Mia sorella, 8 anni più grande di me, e mia madre erano già fuggite. Assieme a noi correvano anche i nostri vicini, in particolare la famiglia Rossi, il padre aveva in  braccio sua figlia, la piccola Rita di 4 anni. Mentre  tutti correvano si sentivano i rumori degli aerei ad alta quota, il rumore si attenuò e si videro  luccicare in aria i cosi detti “spezzoni”, bombe distruttive lanciate per demolire il ponte.

Questa volta i bombardieri avevano fallito clamorosamente il bersaglio,  le bombe erano state sganciate non in prossimità del ponte, ma oltre il nostro paese, proprio nel punto che  gli abitanti ritenevono  sicuro e dove si erano diretti.

Nel cadere a terra le bombe avevano formato dei grossi crateri del diametro di circa 10 mt. facendo sollevare verso l’alto grandi quantità di terra, che poi ricadeva al suolo in forma di zolle.

Quando mio padre vide cadere dal cielo le bombe si buttò a terra e mi coprì con il suo corpo, perciò non vidi  le bombe cadere, ma il mio braccio che stava attorno al collo di mio padre, rimase scoperto e sentii i colpi delle zolle di terra  che lo colpivano. Finita la grandinata di terra ci rialzammo e i grandi si chiamavano l’un l’altro per constatare eventuali feriti.

Noi non c’eravamo fatti niente, ma mia madre e mia sorella non rispondevano ai richiami. Dopo un po’ mia sorella giunse di corsa piangente dicendo che aveva corso tanto che era arrivata oltre la zona dove erano cadute le bombe, ma mia madre non si trovava. Infine sentimmo i suoi lamenti, da un fosso  poco lontano, dove si era gettata, ma un albero le era caduto sule spalle imprigionandola nel fosso. Con l’aiuto di altri fu sollevato l’albero e tolta mia madre dal fosso.  La caduta del’albero le aveva procurato delle ferite e forse anche delle rotture ossee, per cui non poteva muoversi.

Poco lontano una ragazza era in stato di choc per la paura e piangeva dirottamente. I paesani che non avevano subito ferite cominciarono a cercare coloro che mancavano, molti erano stati ricoperti dalla terra sollevata dall’esplosioni, e con mezzi di fortuna erano stati liberati dal peso della terra. Mancava solo la famiglia Rossi. Tutti affannosamente cercavano di individuare dove fossero sotterrati e dopo un po’ fu individuato il punto dove era la madre, poi il padre. Ambedue erano carponi contro terra ed erano riusciti comunque a respirare. Benché contusi erano in buone condizioni.

La piccola Rita non si trovava, era in braccio al padre, ma nel cadere gli era sfuggita  e non si capiva in che direzione fosse. Scavarono tutto intorno  dove era prima  il padre ed alfine la trovarono. Era con il volto verso il cielo, la terra l’aveva ricoperta abbondantemente e le aveva impedito di respirare, così era morta d’asfissia. Fu l’unica vittima di quel bombardamento.

Per mia madre occorrevano soccorsi. Ricordo che fu portata a braccia fin sulla strada statale e dopo non so quanto tempo giunse un’ambulanza che portò via lei e la ragazza piangente verso l’ospedale.  Allora non lo sapevo, ma l’ospedale non si trovava più ad Arezzo, occupata dai tedeschi e soggetta a bombardamenti,  ma a Laterina a circa 20 km. da noi in una villa trasformata in ospedale. Nelle ore successive rientrammo in casa a verificare i danni. Lo spostamento d’aria delle bombe aveva fatto tremare le abitazioni e in cucina erano caduti dei calcinacci dal soffitto, il tegame con la trippa era sempre lì, ma pieno di calcinacci.

Il ponte  fu minato tutto dai tedeschi durante la ritirata.  Alcuni coraggiosi riuscirono a disinnescare  buona parte delle mine, ma non tutte e l’arco maggiore della luce di 30 mt. e alto 50 venne demolito dall’esplosione. L’arco fu ricostruito nel  nel dopoguerra.

 

Nel 2012  ricorrendo l’80° anno della sua costruzione fu fatta una manutenzione straordinaria dell’intero ponte e sulla sede stradale all’inizio del ponte fu rinvenuta una bomba inesplosa da 200 kg.

Finiti i lavori di manutenzione il ponte di Pratantico è stato di nuovo inaugurato con una cerimonia pubblica ed il taglio del nastro è stato affidato alla sig. Maria Rossi novantenne (nipote di Don Benedetto, vecchio prete del paese di quando ero ragazzo),  in quanto più vecchia testimone delle vicende del Ponte di Pratantico

Graziano Galletti